Il segnale

domenica, 6 aprile 2014

 

Così, come sempre, anche quella sera ad una certa ora il cielo si spense.
E le sue stelle erano le potenti luci dei proiettori, piazzati su lunghi pali ad illuminare il campo.
Quello era il segnale.
I ragazzi, così, come sempre, al sopraggiungere del buio incalzante della notte, raccoglievano le borse poggiate in ordine sparso tra le panchine e il limite del prato e guidati dai riflessi della luna, si incamminavano verso il cancello di lamiera verde che giochicchiava con le loro ombre allungate dai riflessi della luna, andando vivacemente a sovrapporle, una sull'altra.

Così, come sempre, la strada di casa rimaneva lì, in paziente attesa, sino a quando anche l'ultimo dei ragazzi arrivando a casa, si apprestava a richiudere alle spalle, la porta d'ingresso.
Quello era il segnale.
Stanchi dall'intensa giornata, quando tutti erano già a cena, in cucina, in sala da pranzo, davanti alla tv, ecco che al campo, nel silenzio più assoluto, anche quella sera, le stelle lentamente, si riaccesero.
Il cielo riprese luce e le squadre uscirono dallo spogliatoio.
L'arbitro, al centro dei capitani, ciascuno alla testa della fila formata dai compagni, in leggera corsa, raggiunse il centro del campo.

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Le madri non lo sanno

domenica, 30 marzo 2014

 

Coccolano ancora il ricordo di quelle levatacce la mattina presto a preparare il panino per il viaggio. Dopo aver recuperato tra i panni stesi i pantaloncini, quelli neri della divisa ufficiale, che come al solito, solo all’ultimo, quando oramai s’era fatto tardi, ti accorgevi che ancora mancavano nel borsone. E dopo aver scovato, avendolo cercato in ogni dove, ben mimetizzato dentro un calzettone, il solito sfuggevole paradenti, si precipitavano  in auto, urlando, dai che è tardi,  con indosso il cappotto sul pigiama, le scarpe infilate di fretta senza calze e il cappellino di lana a coprire i capelli spettinati ancora dal sonno.

A malapena arrivavano in tempo, il bus già in moto con i vetri appannati, dai quali si intravvedevano le sagome di ragazzini, alcuni seduti ed altri in piedi in cerca del posto migliore che di solito era tra quelli più in fondo, eccitati dall’imminente trasferta, dal viaggio che al solo pensiero prospettava un programma di canti e risate e dalla partita, quella tanto attesa durante la settimana che sembrava sempre la più importante del campionato, quella fondamentale, quella della vita.
Le ultime raccomandazioni prima di uscire dall’auto, a completare e perfezionare il lungo elenco proferito lungo il tragitto da casa al campo, prima di un ultimo, mi raccomando stai attento, e un bacio sulla fronte quasi di sfuggita, perché ormai ti sentivi grande e quasi ti scocciava che ti scorgessero in quel saluto con  bacio di mamma.

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Quelli della Club House

domenica, 16 marzo 2014

 

Dietro il bancone. A spillare birra. O a prepararti un caffè. Ad ascoltare storie. E a raccontarne, soprattutto.
Perché anche se li vedi così, indaffarati tra pentoloni, scolapasta e sugo e salsicce, sono loro la storia del rugby.
Che ci sia il sole, tiri vento o piova a dirotto. Sono quelli che al campo ci sono sempre.
Che, un'eternità fa, ancora ragazzi, hanno aiutato a spianarne il fondo, eliminando pietre e arbusti e seminandone il prato.
E pare sia proprio vero che seminare l'erba, e vederla crescere con te, poi quel fazzoletto di terra che chiamiamo campo da rugby, lo si senta per sempre parte di te. Il tuo.
Un po' come la tua casa.

Già ... una casa.

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Compagno di mille avventure

domenica, 23 marzo 2014

 

Qualche giorno fa mi è capitata, quasi per caso, sotto gli occhi, una foto.
Due giocatori che si abbracciano a fine partita e sorridono entrambi, verso l’obbiettivo.
Quella foto aveva un titolo: compagno di mille avventure.

Queste due  persone, io le conosco.
E ho pensato: sì, è vero. È proprio vero. Chissà quante volte, questi due, si saranno trovati fianco a fianco, in campo.
Quante partite. Quante trasferte. E quanti ricordi avranno in comune.
Le vittorie. E la gioia. Le sconfitte. E l’amarezza.  

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Nostalgico Old

domenica, 2 marzo 2014

 

Sì, lo so che ti mancano quei momenti. Di quando la domenica era la tua domenica.
E adesso, non nasconderti, mentre ne parliamo, non nascondere il tuo sguardo, dietro quel boccale di birra mezzo pieno.
Lo so bene, non è lo stesso giocare. Come capita ogni tanto, con la squadra degli old.
Ti mancano quelle notti, prima della partita.
Di quando non riuscivi a chiudere occhio. E con la mente volavi già, a quel fischio d’inizio.
Alla calma di quell’attimo prima. Di quando tutto era pronto ad esplodere.
Di quelle mezze mattine. Mezze di tutto. Lasciate a metà. Perché era ora di andare al campo.  
Di quei lunghi viaggi. Sempre in silenzio, all’andata.

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