Se fosse un romanzo

domenica, 18 maggio 2014

 

Pensa a quante sono le storie che vivono su questo campo. Tra l’una e l’altra squadra, saranno almeno una cinquantina.  Quelle dei piloni, delle seconde e terze linee. Quelle dei mediani, dei centri e delle ali. E di quelli in panchina. Dell’arbitro e dei guardalinee. E quante ancora, considerando le persone sugli spalti.

Se fosse una pagina, questo campo, oggi, sarebbe un romanzo. Un intreccio d’episodi. Alcuni somiglianti, altri completamente diversi. Popolato da personaggi reali. Da gente che si conosce o che s’incontra per la prima volta. Donne, uomini, mani, sguardi, parole. Un’infinità di vicende a comporre la trama di un’unica storia.

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Quello femminile è differente

domenica, 11 maggio 2014

 

Sarà che sin da piccino hai sentito dire che le donne stanno bene a casa.
Bambini, famiglia, cucina e roba da stirare.
Ché piuttosto, se proprio sport devono fare, meglio la ginnastica artistica o la pallavolo che sono sempre meglio di questo.
Ché sostengono sia duro. Violento. In cui ci si sporca da testa a piedi. Ché ci si spinge. E si corre il rischio di farsi male.
Insomma a quanto dicono, non adatto al gentil sesso. Quello che non per niente chiamano debole.
Per questo invece, una donna che pratica rugby è più tosta di altre.
E non perché, lo richieda il gioco.

Ma tu l’hai mai vista una partita di rugby femminile?

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La storia siamo Voi

domenica, 27 aprile 2014

 

Che avete iniziato. Quando tutto era poco, quasi nulla. Quando la palla, a volte, era quella da calcio ma sgonfia, che sembrava ovale.
E le maglie, arrivate per mare, nel giorno della prima partita, di cotone forte, da farne in seguito, con le maniche, calze per i figli.

Che il campo era color senape di terra e sassi. E ad ogni placcaggio, si colorava di rosso porpora. Così duro per chi cadeva, da ricordarselo per sempre. Quando l’erba stava solo nei prati, in periferia, in cui atterravano i paracadute colorati, dove nel frattempo, crescevano interi quartieri.

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Una famiglia ovale

domenica, 4 maggio 2014

 

Cosa vuol dire avere un figlio rugbista? E anziché uno, averne due? E, se ciò non bastasse, che la ragazza del primogenito, praticamente tua nuora, giochi anche lei?
Per non parlare di tua moglie che non giocherà sul campo, ma che a rugby ci gioca con il cuore.
Significa che volente o nolente con quella palla ovale, devi averci a che fare.
E i cognati? Rugbisti, oltre che fratelli di tua moglie? Quando per la prima volta, il giorno del fidanzamento ufficiale, entrasti a casa dei suoceri, dopo quel che accadde con quella tazzina del servizio buono che maldestramente facesti volare via, tra l’imbarazzo di tutti, stabilirono subito che saresti stato, anche se arrivato da fuori,  un eccellente, cognato ovale.

Così, quando il sei nazioni era ancora a cinque e la meta di punti ne valeva ancora quattro, cominciasti ad ambientarti a quel nuovo mondo, meno rotondo ma più leale.
Ci vollero, però, ancora un po’ d’anni prima di ammalarti seriamente. Il morbo era lì, pronto a colpire. Ad ogni allenamento dei tuoi figli, rubati alla TV per il campo sin dalla tenera età, dallo zio più refrattario alla guarigione, tra i tre, il più grave, quello che da oltre trent’anni non fa che contaminare tutti i ragazzini del paese.
Giunse, poi, l’istante di una prima sera, quando quella cosa, il contagio, prese avvio, nella testa e nell’animo.
Quella palla uscita fuori, che mentre aspettavi tuo figlio finisse, ti trovasti con un lancio a due mani a restituire da oltre la rete, fu un segnale importante, un serio sintomo di una patologia  irrefrenabile.

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Il mio semplice rugby, degli uomini. E delle donne.

domenica, 13 aprile 2014

 

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che a prescindere dal ruolo sociale si sentono sempre, ancora piloni. Ché se c’è da organizzare qualcosa non demandano, fanno.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che anche se hai disputato tre mondiali. E sei stato capitano della nazionale, per più di ottanta volte, alla fine del  tuo ultimo allenamento, come sempre, sei quello che per primo va a ritirare i sacchi e i palloni.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che se al pomeriggio studiano o lavorano, sacrificano il proprio tempo per andare nelle scuole, la mattina. E sanno che per quei ragazzi, perlomeno per alcuni di essi, quei momenti, diverranno importanti.
 
Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di un piatto di pasta  in piedi, dopo che hanno già mangiato i ragazzi. E le bottiglie di minerale ai più piccoli prima e se non bastano, quella del rubinetto a chi resta.

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