La sedia del pilone John

sabato, 15 novembre 2014

 

Lo chiamavano John. Ma nessuno sapeva realmente qual era il suo vero nome. Sostava tutte le sere con la sua grossa, immensa, stazza, su una sediola in plastica, di quelle per esterno, da bar, seduto appena oltre l’ingresso, ad osservare il campo. Non parlava quasi mai e se raramente, capitava, gli bastavano alcune parole, miste a pochi cenni.

Dicevano che era stato un grande pilone. Dicevano che nel piccolo villaggio nei dintorni della foce del fiume Tawe, da dove alcuni sostenevano provenisse, fosse uno famoso. E che ancora, nel pub più importante al centro di quel paese del Galles meridionale, dietro il bancone alle spalle della spillatrice, la foto di un suo placcaggio, campeggiava in bella mostra.

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Il tavolo delle storie

domenica, 9 novembre 2014

 

Ho una foto dei miei figli sul tavolo. Su quello dove adesso sto scrivendo. Un tavolo vecchio. Così vecchio che quando son così, li chiamano antichi.
Ha una macchia in un angolo.  L’impronta di un ferro da stiro. Dovuta, forse, ad un incauta sosta a riposare il braccio, tra una camicia e un paio di braghe, di chi, chissà quant’anni addietro, che fosse estate o gelido inverno, china, su quel tavolo, passava le serate.  A fare belli gli indumenti del marito. Che il giorno appresso, profumati di fresco, li avrebbe indossati per andare a lavoro, al paese.

In quella foto ci sono loro due. E intorno una cornice di legno. E intorno alla cornice c’è l’aria. E tutt’intorno c’è la stessa aria che sto respirando, adesso, in questo preciso momento, anch’io. Quella che si mescola alle nuvole. Che si lascia portare dal vento, in mare aperto. E non vuole sentirne di placare quel bisogno di urlare. A chi non ha il tempo di rimanere lì, ad ascoltare. A chi, non sa che anche nel silenzio, spesso si riescono a percepire le parole di un discorso.

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Volevamo essere onde

domenica, 19 ottobre 2014

 

Osservavamo le onde che infrangendosi contro gli scogli, parevano come se volessero liberarsi e fuggire lontano.  E ci sentivamo così, come quella schiuma di mare che tentava di librarsi verso il cielo per non volersi arrendere alla risacca.

Se non ci avesse sorpreso il buio, saremmo rimasti lì. Consapevoli che quel momento magico e irripetibile sarebbe rimasto con noi a tormentare di nostalgia le nostre giornate.

Rientrando, ci accorgemmo di quanto fossimo soli, di quanto fosse deserta la strada. Come se a quell’ora, quella sera,  il mondo si fosse nascosto, apposta, chissà dove. Eravamo noi, soli.

E la luce dei lampioni scherzava con le nostre ombre. E il profumo del mare. E i nostri passi che rimbombavano nella solitudine di quello sterminato, insostenibile silenzio.

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Come una mosca dietro il vetro

sabato, 1 novembre 2014

 

Da qualche minuto, ostinatamente, sta cercando uno spazio in cui superare quella barriera trasparente di vetro. Cerca una fessura per poter uscire e raggiungere l’esterno. La osservo. Sbatte e ribatte. Si poggia dove capita, per un attimo prende fiato e ci riprova. Ancora, ancora e ancora.

Il cielo, quel cielo oltre la finestra, è quasi grigio. Seduto, mi dondolo sulle gambe posteriori della sedia. La caffettiera tra un po’ prenderà a sbuffare, oramai il tempo che gli occorre, sta per scadere. E il buon profumo di caffè comincia già a diffondersi e a pervadere la stanza.
 

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La nostra partita

domenica, 12 ottobre 2014

 

Vorrei correre con la faccia infilata nel vento e ridere mentre corro. Come un ragazzo che non conosce ancora, cosa significhi avere il timore di non riuscire a farcela. E giocare con quel melone di cuoio e non pensare, mentre gioco. Perché quando mi capita di farlo, sento come un buco allo stomaco.

Seduto in bus, osservo scorrere, oltre il vetro, il paesaggio di un ennesimo giorno che inizia. Da un lato il mare ancora scuro, dall’altra lo stagno immerso nel buio. L’autista chiacchiera con un tizio che sta in piedi, accanto alla porta davanti. Ogni mattina, la stessa fermata, gli stessi gesti, le stesse facce assonnate.
 

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