La decisione della formica

domenica, 9 agosto 2015

 

Mi sono trasferito in giardino. Ho preso il pc, la bottiglia d’acqua, un pacchetto di fazzolettini, e ho poggiato il tutto su un tavolino in ferro battuto che da anni sta fuori all’aperto, esposto sia alle intemperie che all’acqua dell’impianto di irrigazione, quasi completamente arrugginito che non so come faccia ancora a restare così stabile sulle sue quattro gambe.

Starsky, il gatto, è un tipo discreto, non è di quelli che come ti vede si precipita a strusciarsi addosso. In questo momento sta a circa un metro e mezzo da me, cercando di provvedere ad una seria, precisa, pulizia delle zampe anteriori. Così pignolo nel procedere con la toeletta che la lingua sembra una dinamica spazzolina che non conosce alcuna sosta.

La musica che come sempre, accompagna il mio lavorare a frasi, virgole ed emozioni, proviene dalle casse della veranda, il volume un po' sostenuto per quanto io sia distante, mi consente di apprezzarne la melodia. È un musicista norvegese. Di quelli che piacciono a me. Che mi lasciano spesso senza quel fiato che si tramuta frequentemente in fiumi di parole.

Per il resto, silenzio. Solo il lieve rumore in lontananza di un tosaerba. Il verde del prato, ancora umido. L’immobilità delle piante in assenza di vento. Il desiderio di scrivere. Di stare con me stesso. Anche se c'è chi mi fa notare che forse, solo con me stesso, mi ci ritrovo troppo spesso. Ma d’altro canto di questa malinconica solitudine non posso fare a meno.

Oltre al tavolino, anche le due sedie sono in ferro battuto, anch’esse arrugginite. Miracolosamente una sopporta me e l’altra su cui ho poggiato il telefono, da qualche istante ospita Starsky. Che poi, una volta, erano, così come i detective in tv, Starsky e Hutch, una coppia, il primo grigio e il secondo, sparito da un giorno all’altro, dal pelo biondiccio, come il protagonista della serie televisiva.

L’ombra del piccolo Schinus molle, albero del pepe rosa, non è più sufficiente. Così ho aperto l’ombrellone a bande bianche, verdi, azzurre, blu e lilla che sostenuto alla base da un supporto di plastica bianca pieno d’acqua al suo interno, prova ad ostacolare, anch’esso, i prepotenti raggi di sole che insistono nel cercare di arrivare alla mia testa calva.

Il grosso olivo che ho di fronte, ha l’aria di chi la sa lunga. Il suo corpo nodoso sa di esperienza antica. Se avesse voce, credo, vorrebbe narrarmi la sua storia. Di quante volte ha visto il cielo incazzarsi. Di quante volte avrebbe voluto chiedere aiuto e lasciarsi liberare dal terreno che lo tiene saldo a se e provare a vivere una vita diversa. Da un'altra parte. In un altro luogo.

Si è convinti che tutto avviene perché è l’insieme imponderabile delle cose che stabilisce tutto. Ma il destino non esiste. Esistono le coincidenze. Le circostanze. Le decisioni. Le improvvise mutazioni. Tant’è che proprio quella pianta, tempo addietro, quando acquistai la casa,suppongo con sua enorme sorpresa, la spostai in una posizione diversa.

Il profumo di basilico. Il volo di una piccola farfalla bianca. Il rosso dei fiori di Ibisco. Una mosca passeggia sulla mia gamba. Il caldo mi costringe ogni tanto a bere dalla bottiglia. Una formica percorre pazientemente, in verticale, da giù a su, il bastone dell’ombrellone, sino ad arrivare ad un punto che non sa più se tornare indietro o tuffarsi nelle bande colorate e così, resta lì, indecisa.

Una decisione importante. Quella piccola formica potrebbe tornare sui suoi passi senza rischiare nulla oppure avventurarsi sul tessuto, camminando a testa in giù, con il probabile rischio di precipitare. Ed invece sta lì, indecisa, credo perché, a volte, non sempre le decisioni ovvie, scontate, le più semplici,sono quelle che desideri e rimani col dubbio se, forse, non valga la pena rischiare ...