Quella dolce poesia che sta tutta nel passarsi la palla

mercoledì, 8 luglio 2015

 

Aspetta. Prendo la borsa e arrivo. Ho detto aspetta! Un attimo! Dai che sono pronto! Mentre finisco di infilarmi le scarpe con una mano, con l’altra cerco di chiudere il portoncino a chiave. E’ tardi! E non è il solito ritardo: è parecchio di più! Scendo le scale affrontando i gradini a gruppi di tre, ecco l’auto. Mi aspetta un amico. Il sempreprontoapassareaprendermimezzoraprimadellediciannoveetrenta: Mario. Detto anche Lottico. Come quello degli occhiali ma senza l’apostrofo che col tempo si è perso per strada. Lo chiamiamo così. Da sempre. Non per l’attività che svolge, lavora in tipografia, una specie di grafico, ma gli occhi, gli occhi sono la sua passione. E’ in grado di distinguere qualunque tipologia di congiuntivite, al primo colpo. E studia l’iride, quel disco membranoso con al centro la pupilla, dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Non faccio a tempo a poggiare il culo che l’auto schizza via. Ehi, non esagerare. Rallenta un po’. Altrimenti al campo ci arriviamo, sì, ma non a quello da rugby, a quello santo!

Il parcheggio è pieno. A quest’ora ci son già tutti. Neanche un buco. Lasciamo l’auto dietro un fuoristrada blu, tipo quelli dei Carabinieri degli anni settanta, anzi a guardare con attenzione sembra si distingua nella portiera, al disotto della vernice, ancora la scritta della Benemerita. E’ l’auto di Daniel, la terza centro. Terza  perché così si chiama il ruolo, ma potrebbe essere tranquillamente una quinta comoda e abbondante. Centro poi, per forza, perché una volta che si piazza, le seconde spariscono, sommerse, avviluppate, e allora vedendo da dietro la mischia, intuisci che il suo centro sia all’incirca tra l’orecchio destro e quello sinistro di Daniel.

Meno male che mi sono cambiato a casa. Sostituisco velocemente solo le scarpe. Se dovessi perdere anche quel tempo, Marcello, il Mister, mi smembrerebbe. Invece fa finta di non vedere la mia manovra di inserimento silenzioso. Consente  a me e a Lottico di infilarci tra gli altri senza dare rilievo al ritardo. Tanto lo conosco bene e sono sicuro che al primo errore venti flessioni non me le leva nessuno, anzi magari  venti più venti.
Però è bello, bello, bello!!! Allenarsi, giocare, agganciare la palla a palme piene, e poi passarla con quella poesia che solo chi poi la riceve, ne riconosce i versi, il senso, le parole. Sì, ok, d’accordo Marcello. Questo lo penso, perché neanche fiato, mi stendo, faccia in giù e parto con le mie venti flessioni, così imparo a farmi scivolare la palla in avanti. Alla sedicesima, metto male la mano destra e per un attimo perdo l’equilibrio, e così mi son giocato vincendo alla grande le mie altre venti flessioni, piegamenti che fanno ri-flettere attentamente, forse non prima, ma durante e soprattutto dopo.
Tre quarti, sia io che Lottico, primo e secondo centro. Dicono che siamo una buona coppia. Dicono, una di quelle che se non stai attento e provi a tagliare lo spazio cercando di infilarti in mezzo, corri il rischio di trovarti  come uno che sbatte le costole contro una portiera di autobus  in corsa, spalancata di botto.
Partitella. Senza placcaggi. Quasi touch.
Domenica non si gioca, c’è il Sei Nazioni. Così l’allenamento, in questa splendida, un po’ umida, ennesima sera, sta terminando.
Se dovessi tener conto di quante volte ho proseguito sotto la doccia le discussioni post-allenamento con Mangiaferro, saranno state così tante che a memoria ricordo solo quelle concluse nello spogliatoio, che son veramente poche, le innumerevoli altre le abbiamo completate sempre da Andrea, quello del bar di fronte, davanti a uno, forse due o tre e pure quattro buoni bicchieri di birra.
Pilone, Ferro di cognome, Paolo di nome, dipendente delle ferrovie di stato, controllore, Mangiaferro è tecnico di primo livello, allenatore il martedì e il giovedì dell’under 14, due mani, due focacce, e al posto del collo un tronco di binario smontato (e ingoiato) dalla linea Bologna – Piacenza o giù di lì dalle sue parti. Anche stavolta, come  finisce l’allenamento, già nel percorso che va dal campo agli spogliatoi, attacca a parlare. Ha la capacità di tirare fuori sempre un argomento che non so come, ti stuzzica e ti viene per forza da controbattere, che non so se lo faccia di proposito o sia un suo pregio naturale, ma è capace di farti sempre girare le palle. Sia che si parli di sport o di musica, per non dire di politica, allora quando si inizia con quella lì, che da un po’ tira più che parlare di donne,  è meglio chiamare prima Andrea e prenotare un fusto solo per noi, anche perché spesso  si aggregano un po’ tutti e  finiamo col cenare con i cornetti alla crema, le bombe e i cannoli siciliani, rimasti dal mattino.

Andrea non sapeva niente di rugby. Non conosceva, non dico le regole base, ma neanche si era mai preoccupato di stabilire la differenza con il football americano. Poi da quella prima sera che io, Lottico e Manuele ci affacciammo per una spina al volo, cominciò a sentir parlare di casseforti, di raggruppamenti a terra e di grillotalpa.  Sfido chiunque a non incuriosirsi nel sentire tre grossi ragazzotti con una birra in mano, discorrere utilizzando termini che potrebbero esser di qualsiasi argomento ma non crederesti di certo sportivo. Così, sera dopo sera, spina dopo spina, da dietro il bancone, Andrea, al nostro arrivo, quasi sempre, anche se ci sono altri clienti  si trasferisce con noi al nostro tavolo, che a quel punto pare più una piazzetta, come quelle di  paese, dove ci si ritrova ogni sera e ci si racconta. E da qualche tempo, spuntano alle pareti, tra pubblicità di aperitivi e patatine, piccoli quadretti con foto di partite d’epoca che Bruno, il padre di Fede, ogni tanto rispolvera dal suo immenso archivio.
Qui dal presente, da una squadra di appassionati che militano nel campionato di serie C, ci si trasferisce nel passato, anzi che dico, nella storia. Già, perché Falco, l’ala che giocò negli anni cinquanta, nel campionato di A, ai tempi di Zanchi, il Gabbiano e che per un soffio mancò la convocazione in Nazionale era proprio Bruno, il padre del nostro mediano Federico Falchi.
Quella mancata convocazione è stata per non so quante volte l’oggetto principale di discussioni. La prima volta ce la raccontò proprio Fede che ci pregò di non farne mai cenno con il padre.
Falco era forte. Quando prendeva palla, per l’avversario diretto era sempre  una situazione complicata che spesso si risolveva con la longilinea e velocissima ala lanciata verso la meta. Aveva gambe e polmoni che gli consentivano di giocare tutta la partita e proseguire con giri di campo mentre gli altri stavano già sotto la doccia. Un talento naturale. Un atleta nel vero senso della parola. Dalle giovanili alla prima squadra e dopo uno strepitoso campionato nel quale venne segnalato come miglior giocatore e miglior realizzatore, si fece avanti uno squadrone che gli propose un posto di lavoro e uno in squadra. Falco prese armi e bagagli che a quei tempi consistevano in una vecchia valigia, un portafoto e un mazzo di libri di storia, perché dal passato era sin da piccolo affascinato e si trasferì a giocare nella nuova squadra. Nel portafoto, i suoi lo guardavano sorridenti. Erano una bella coppia. Scomparvero in un bombardamento durante la guerra e Bruno ragazzino,  grazie alla mania di giocare sempre nel grande spiazzo dove il giovedì si faceva il mercato, a quell’ora era lì, abbastanza distante da casa, da consentirgli di salvarsi la vita.
Il primo campionato con la nuova squadra fu per Falco un continuo calvario tra infortuni vari e quel periodo iniziale di ambientamento pareva non finire mai. Ma l’anno successivo fu un campionato spettacolare tanto che capitò più volte che il tecnico della squadra avversaria venisse a congratularsi negli spogliatoi con tutta la squadra ed in particolare con quell’ala smilza e potente dai capelli biondini e dal nome moro, Bruno.
Si sentiva nell’aria. Oramai i tempi erano maturi. E la convocazione in Nazionale, una mattina, arrivò. Una comunicazione ufficiale. Una lettera. Nell’aprirla Falco trattenne il respiro. La sera i festeggiamenti coinvolsero, naturalmente,  anche tutti gli altri della squadra. Dal campo si diressero direttamente in trattoria, anche se ognuno pagava per sé, il vino volle offrirlo il presidente della squadra, Lucio Ottorini, appassionato di rugby, grande proprietario di terreni nella zona e appunto, viticoltore. Titolare dell’azienda dove lavoravano quasi tutti i giocatori del suo club e tra questi anche Falco. Sarà stata la felicità, il vino, l’allegra compagnia, il sorgere del sole dopo un’intera notte di risate e bevute ma quell’alba Falco la ricorderà per sempre. Il presidente Ottorini per impegni di famiglia, ad una certa ora dovette lasciare suo malgrado la cena, deciso a fare una passeggiata a piedi sino a casa, abitava lì vicino, la sua abitazione era praticamente oltre l’angolo a circa trecento metri. Così propose e offrì al giovane festeggiato di utilizzare l’auto per il rientro e di riportargliela l’indomani al campo.  
Finì, non si sa e mai si seppe esattamente come, nel fiume.
Falco si beccò una spaventosa broncopolmonite e così anche gli altri tre passeggeri, che  a parte questo  comunque erano tutti illesi. Ma l’auto del presidente sul fondale fu un argomento piuttosto complicato da giustificare, soprattutto per Falco che oltre che essere alla guida, era la persona alla quale Ottorini aveva affidato il mezzo. Addio Nazionale. Campionato finito. Licenziato. Cosa ci stava ancora a fare lì. Ripresosi dalla broncopolmonite, decise di rientrare dalle sue parti.
Non toccò mai più un pallone. Per toccare si intende toccare sul serio. Naturalmente come tutti noi ben sappiamo, il rugby non è una malattia come la broncopolmonite che sì, ci puoi anche lasciare le penne ma se ti curi bene poi guarisci. No, il rugby è un malanno perenne, una benedetta malattia, assolutamente inguaribile.
Falco, che ha accompagnato al campo sin da ragazzino Fede, il suo secondogenito, ora lo si vede preso per mano andare al campo con il nipotino che ha appena sei anni, il figlio di Nicola, suo figlio, quello grande, che però a rugby non ci ha mai voluto provare.

Questa sera il sempreprontoariaccompagnarmidopoqualchebuonabirradaandrea, mi pare un po’ più pensieroso del solito. Saliamo in auto. Come va con tua moglie? Mario non risponde anche se il suo silenzio dice parecchio. Dai gira qui, vediamo se Ugo ci fa due pizze croccanti di quelle che solo lui sa croccare. E’ tardi e passare alla pizzeria “Il Fagiano” è la prima cosa che mi viene per cercare di distrarre Lottico dai suoi pensieri. Per essere mercoledì il locale è quasi al completo. Strano. Ah, già, c’è la partita di coppa e Ugo per cercare di tirare avanti con l’attività ha dovuto arrendersi non solo alle pay-tv ma soprattutto …  al calcio. Noi lo capiamo e lui lo sa e non se la prende mica se entrambi, io e Lottico, quando capitano sere come questa preferiamo il tavolo giù in fondo, dove l’audio praticamente non arriva e ci sediamo spalle alla tv.
Ciao ragazzi. Ciao Ugo. Senti riesci a fare due di quelle pizze che quando l’addenti dal fragore si girano tutti? E giù a ridere.
Questa frase ci ricorda sempre di quella volta che era così tardi e avevamo bevuto qualche birra in più delle solite due o tre, che Ugo unitosi al nostro tavolo come spesso capita, si mise a raccontare alcuni episodi da lui vissuti in Bosnia nel ’92, dimenticandosi completamente di alcune pizze, quelle di un gruppo di musicisti semi-punk, ancora in cottura. Fu prima l’odore di bruciato e il fumo che immediatamente dopo e improvvisamente avvolse noi tutti, a fargli tornare alla mente le pizze che con un balzo verso il  forno cercò disperatamente e purtroppo inutilmente di salvare. Da lì la protesta dei musicisti affamati, così come solo gli artisti sanno essere, che montò in una gigantesca zuffa, dove prontamente provvedemmo ad unirci noialtri in soccorso di Ugo che comunque devo dire se la cavava abbastanza bene pure da solo. Tanto che ad un certo punto prese le pizze  indurite e tutte bruciacchiate lanciandole  come un frisbee una ad una verso i poveri punkettari, che vista la piega che stava prendendo la serata, decisero di rinunciare definitivamente all’agognato disco di pasta, pomodoro, mozzarella e capperi che di solito chiamiamo pizza, allontanandosi rapidamente dal locale.

Ugo Cimelli aveva aperto quel posto, “Il Fagiano”, da parecchi anni oramai, mi sa a metà degli anni novanta. La sua età oscilla tra i quaranta e i sessanta, in realtà non sono mai riuscito a capire esattamente quella precisa. A volte parla dei tempi passati come se li avesse vissuti in prima persona, altre sembra appena uscito dall’ultimo film di Tarantino, già perché con quei baffoni ricorda per la stazza un incrocio tra il sergente Garcia, quello di Zorro, e il fascinoso Tom Selleck, quello di Magnum P.I. con un pizzico di savoir-faire alla Clark Gable, sì, quello di Via col vento.
Si potrebbe definire un bel tipo. Almeno così penso lo giudichino le signore con le quali spesso attacca bottone tra un’ordinazione, un conto e un numero di telefono scritto rapidamente sul retro del blocchetto delle ricevute. Ma non sono le sue avventure galanti che gli piace raccontare, anzi su quelle è particolarmente riservato, un vero gentiluomo, come quelli di una volta.
No, i suoi racconti parlano di luoghi sperduti tra rivolte in Etiopia e bombe a Sarajevo, tra i ragazzini delle baraccopoli in America Latina e le ragazze-madre abbandonate al loro destino. Per anni ha girato il mondo per conto di un’associazione umanitaria, come volontario. Sino al giorno che ha deciso che era giunto il momento di fermarsi e vivere una vita normale. Troppe erano le atrocità alle quali era stato costretto, suo malgrado, ad assistere e convivere. La sua era  stata una decisione coraggiosa presa da ragazzo ma era consapevole di non farcela più, aveva bisogno d’aria. Di respirare. Di riprendersi.

Ordiniamo, si fa per dire, tanto Ugo sa già cosa prepararci. Intanto subito due belle birre che si vanno ad aggiungere a quelle di poco prima bevute da Andrea, e un paio di olive che non fanno a tempo ad atterrare sul nostro tavolo che sono già sparite, lasciando i noccioli come ricordo. Il frastuono di voci e di chiacchiere che arriva dagli altri tavoli e quelle della telecronaca in tv quasi svaniscono di fronte ai nostri pensieri. Stiamo per alcuni attimi nel più completo silenzio. Immersi ognuno in se stesso. Ricordi quella volta che Manuele ha spedito la palla talmente lontano che siamo dovuti andare oltre il torrente laggiù, ben oltre il muro di recinzione del campo? E poi ci siamo beccati le spine cercando di raccogliere i fichi d’india con dei giornali vecchi? E quella sera a furia di mangiarne, ci siamo ritrovati alla guardia medica con il mal di pancia e le mani  piene di spine?
Mario, Lottico, sorride.
Il mio miglioreamicochenonsacomeraccontarmichelamoglielostalasciando, è da un paio di giorni che non lo vedo per niente bene. Più che non vederlo, non lo sento. Non parla. E mi dispiace un sacco. Ha pure una bambina che ormai sta dalla nonna. Anche se teme che dopo la separazione l’affidino alla moglie. Queste cose non me le dice direttamente. Ma le intuisco dalle mezze frasi che ogni tanto gli sbottano quasi senza volere e dalle telefonate lampo con quel vecchio telefonino che non ha mai voluto cambiare e il cui tac dello sportellino ricorda il suono di quando Manuele, l’apertura, calcia un drop.
Le pizze che fa Ugo sono veramente buone. Sembrerà assurdo ma dopo avergli sentito raccontare tutte quelle, chiamiamole, avventure, mi sembra che quel che ti porta in tavola, abbia il sapore dell’esperienza che le sue mani hanno saputo carpire da ogni luogo in cui è stato. L’impasto lo prepara personalmente la mattina, a mente limpida, dice lui. Prima di  accendere la radio e inquinare i sogni ancora freschi dalla notte appena passata con le notizie nefaste che solo i notiziari sanno portare. Perché a suo parere è un abitudine masochista la nostra, quella di cercare  di informarci su quel che accade intorno a noi tramite la radio, la tv e i quotidiani, perché sono sempre le brutte notizie a venir esaltate, fanno appunto notizia, audience, tiratura, mentre quelle belle, quelle notizie che ti farebbero iniziare la giornata con un sorriso, di quelle, quasi non ne parlano.
La sera, non tutte, ma solo quando c’è in previsione una sostenuta affluenza e stasera è una di queste, in pizzeria si fa aiutare al servizio ai tavoli da Marta, una ragazza a cui manca poco per laurearsi in filosofia.
Ugo a volte la chiama Sofia, come la protagonista del romanzo di Gaarder, lei gradisce l’accostamento ma solo per quanto riguarda l’argomento perché invece non ha niente a che vedere con la Norvegia. I capelli scuri, così come la carnagione, molto sulle sue, accenna un leggero timido sorriso solo quando porge le pietanze in tavola, come a giustificare l’eventuale involontaria intrusione in storie e ragionamenti che non la riguardano. E’ la figlia di un vecchio compagno di squadra del fratello di Ugo.
Già, anche a casa del nostro amico pizzaiolo transitava senza sosta la palla ovale. Ci rendemmo conto che Ugo era un rugbista sin dalla prima volta, prima che ci riconoscesse lui, notammo che le orecchie del pizzaiolo avevano un non so che, di familiare. Il primo a notarle fu Daniel che quella sera ci chiese di fargli compagnia per festeggiare insieme il suo compleanno, d’altronde era arrivato da alcuni giorni dalla Romania ed eravamo gli unici suoi amici, la sua, anche se un po’ troppo vivace, nuova famiglia.
Trovammo per caso questa pizzeria, di solito andavamo da un altro ma quella sera cadeva proprio il giorno di chiusura. Eravamo circa una dozzina, mancavano all’appello un paio di sposati le cui mogli non gradivano ritardi a cena e non concedevano deroghe e il Mister, Marcello, che vive in un paese vicino, quella sera doveva assolutamente rientrare subito per cercare di porre rimedio ad una questione in sospeso con il padre, prima che l’anziano genitore decidesse di non rivolgergli mai più la parola. Appena entrammo, Daniel, esclamò rivolgendosi a quello che pareva essere il gestore del locale: trăgător?
Ugo, con tutta calma, ci fece accomodare indicandoci il tavolo e le grucce dove appendere i giubbotti e le giacche, prese la lista del menù, con un panno candido sospeso alla cintola dei pantaloni a scacchi, la camicia bianca e quei baffoni spioventi all’ingiù, preventivamente accarezzati un attimo prima con due dita della mano destra, si avvicinò e disse: sì, tallonatore!
Decidemmo da quel momento, prima ancora di assaggiare e quindi stabilire che le pizze erano niente male, anzi proprio buone, che sarebbe stata da quella sera in poi, la nostra pizzeria preferita.   
Marta/Sofia ci porta le pizze e accenna quel sorriso, quasi scusandosi,  pensando di interferire involontariamente sui nostri dialoghi che stasera invece  latitano. Ugo, indaffarato riuscirà solo più tardi ad avvicinarsi e a bersi una strameritata birra in nostra compagnia.
Si accorge che qualcosa non va. Lottico normalmente è un tipo che non sa stare fermo un attimo, con la lingua e con le mani. Ma stasera niente chiacchiere e niente tamburellamenti con le dita sul piano di legno del tavolo. E anch’io, anche se cerco di distrarlo, mi faccio alla fine prendere dalla malinconia. Ragazzi, per essere un mercoledì, non è andata male. Ugo ci guarda con quel sorriso incorniciato dai baffoni e tenendo sollevato il bicchiere ci invita a brindare. Alla nostra. Lottico accosta il suo al mio e a quello di Ugo e i nostri bicchieri si toccano mentre il filo di schiuma oramai svanita, oscilla chiaro sul giallo della birra.
Ciao, ci vediamo domani, grazie per il passaggio. Un ciao, buonanotte, spinto fuori quasi a forza come se fosse l’ultima aria disponibile nei polmoni, è il saluto di Mario che chiude la nostra serata insieme e dopo un attimo è già via, mentre ancora quasi sto scendendo dall’auto. E’ abbastanza tardi per sperare che il cane della signora di sotto, al piano terra, a quest’ora sia serenamente addormentato ed eviti quel saluto tutto suo fatto di leccatine ai miei calzini e scodinzolamenti interminabili. Così è che osservo chissà perché, per un attimo sopra me, il cielo. Chissà perché? Quante stelle. Sarà la birra? Ma non lo so. So che quando mi prende la malinconia mi tornano alla mente i miei nonni, il mio paese, il pomodoro strofinato sulla fetta di pane fatto in casa, le corse a giocare a nascondino, a chi faceva prima a fare chiesa. So che gli amici a quest’ora stanno dormendo e chi più e chi meno, sta sognando.
Mi chiudo la porta alle spalle. Cerco a tentoni quel maledetto interruttore che ogni sera cambia posto come se lo facesse apposta a non farsi trovare. Preparativi dormita, attivati. Via le scarpe. Via la tuta. Pigiamino leggero. Bagno. A lungo. Con tutto quello che mi sono bevuto. Finalmente il mio lettone. Mi sdraio e la stanchezza di tutto il mondo mi cala addosso. Abbasso le saracinesche. E mi sembra già di sognare.
Il suono insistente di un campanello inferocito, però non fa parte del sogno. Me ne rendo conto solo dopo un po’. Sarò a letto da non più di venti minuti. Mi fiondo verso la porta, penso già all’imprecazioni della signora di sotto. Apro senza neanche chiedere, chi è? Sento il cane di quella di sotto che abbaia. La frittata è fatta.
Lottico è lì in piedi, sul pianerottolo che mi guarda. Se n’è andata. Lucia. E’ andata via. Hai ragione Mario, gli occhi sono lo specchio dell’anima e oggi il tuo animo è triste e i tuoi occhi velati. Chiudo la porta. Sprofonda nella prima sedia che trova. Ti va un caffè? Con la testa mi fa di no. Farebbe di no per qualunque cosa. Così, invece, vado in cucina e metto sul fuoco la caffettiera.
Che mercoledì! oramai invecchiato e diventato un giovane giovedì. E domani, anzi tra un po’, tra una manciata d’ore, chi ne ha voglia di andare a lavoro. Mi sono infilato nuovamente la tuta. Lo sbuffo della caffettiera mi avvisa e ne divido in due tazzine il contenuto. Bevo il mio mentre quello di Mario rimane sul tavolo dove l’ho poggiato. Dai che andiamo a fare un giro. E’ l’unica cosa che mi viene da proporre per cercare di smuoverci da questo stallo. No! Andiamo a piedi. Facciamo due passi. Lottico che era già indirizzato verso l’auto, vira a novanta gradi e in silenzio mi segue. Prima di uscire, prendo sottobraccio un pallone di quelli che proprio all’ingresso, colleziono impilati uno sull’altro, nel precario equilibrio che solo i palloni ovali sanno ottenere.
Chissà, penso, forse anche dalle cosiddette malattie d’amore, con tutto quel che comporta la rottura di un matrimonio e quant’altro ne consegue, alla fine se ne può guarire. Come la broncopolmonite di Falco. Tanto provare non costa granché e forse la soluzione migliore è contrastarne gli effetti con una malattia ben più grave. Quella benedetta malattia, assolutamente inguaribile, quel malanno perenne: il rugby!
E mentre penso tutto ciò, istintivamente passo la palla a Lottico che sta qualche metro alla mia sinistra. Lui continuando a camminare, riceve la palla. Ne riconosce i versi, il senso, le parole. Di quella dolce poesia che sta tutta nel passarsi la palla.
E quasi, sorride.