Pare si chiami rugby, anche per questo

domenica, 7 giugno 2015

 

Una palla ovale. Tra le mani. Una semplice palla. Bislunga. Si fa per dire. Semplice. Perché se si ha a che fare con qualcosa che quando stabilisce di rimbalzare, evita di ritornare al punto di partenza. Significa che non puoi giocare da solo. Perché se anche la lanci contro il muro, non tornerà tra le tue mani.
 

Allora occorre qualcuno a cui lanciare quella palla. Un amico. Poi se son di più, ancora meglio, ma almeno uno per poter giocare. Con il quale tra un passare la palla e l’altro si comincia anche a parlare, a raccontare ciascuno le proprie cose. A condividere i progetti. A confidare le ansie. Tutto quello che non puoi dire ad altri. Perché, per te, lui, diventa quell’amico speciale.

Facce da ragazzini. E quella voglia di correre e sfinirsi sino ad arrivare esausti al tramonto. Dopo aver giocato e giocato e giocato. Dopo aver vissuto un’intera giornata con quella strana, bizzarra, inconsueta, palla tra le mani. Che se non fosse ovale ma tonda, non si avrebbe la scusa di avere per forza un compagno, un amico.
 
C’è chi attraversa la tua vita senza lasciare tracce. E chi invece porterai con te. Per sempre. Quei compagni. Quegli amici. Quelli che anche se non vi sentite da un sacco di tempo, alla prima occasione è come se non vi sentiste solo da qualche ora. Malgrado le vicissitudini della vita. Questo, quando si è amici, profondamente.

Pare si chiami rugby, anche per questo.