Un viaggio

domenica, 1 marzo 2015

 

Non so se vi sia mai capitato di fare un viaggio in ambulanza. A me, sì, proprio ieri. Stavo guardando una partita, di rugby, naturalmente. Giocava mio figlio.  Improvvisamente mi sono sentito mancare. Ricordo di aver provato ad opporre resistenza a quella strana cosa, che mi stava afferrando come se volesse portarmi via.

A volte capita di avere un capogiro, un abbassamento di pressione, cosi ho detto tra me e me: “adesso passa, dai, adesso passa”, e quando, mi sono reso conto che non passava manco per niente, ho cercato di sostenermi alla recinzione, con le dita infilate nei rombi verdi della rete.


Mi sono ritrovato disteso. Per terra. E in quel momento mi è tornato alla mente il motivo per cui ero lì, con la testa poggiata su una bottiglia di plastica come cuscino, le gambe tenute alte da due amici, ed io che avevo spostato l’attenzione dalla partita, verso me.

Il medico mi chiamava per nome. Lo conosco, un rugbista, un bravo ragazzo. Mentre sentivo mani che mi slacciavano, allargavano il colletto della maglia, e qualcosa veniva infilato nel braccio, tirando su la manica della camicia e una specie di pinza premeva in punta al dito medio della mano destra.

Come ho aperto gli occhi mi è parso di risvegliarmi da un sonno intenso, profondo, e ho avvertito la sensazione di aver sognato. Un sogno di quelli che, dopo, non sai quanto sia durato e  che non ricordi al risveglio. E ho cominciato a cercare tra i volti di chi mi stava intorno, tutti quelli che riconoscevo.

Avrei voluto alzarmi, tirarmi su. In verità ho provato a farlo. Ma non ci sono riuscito. Un po' perché effettivamente non ne avevo la forza e un po' perché tutti mi ricacciavano giù, invitandomi a stare sdraiato. E come chiudevo gli occhi, sentivo il bisogno di tenerli così, chiusi, come se volessero, anch’essi, una pausa.

A soccorrermi c’erano anche i volontari dell’ambulanza. Quelli che sarebbero stati i compagni di quel viaggio che dal campo, mi avrebbe portato al pronto soccorso. Tre persone simpatiche, una donna più giovane e una coppia di una certa età, che scoprirò dopo, essere marito e moglie.

Il medico decide che sia meglio portarmi subito in ospedale per un controllo approfondito. Provo a stare sulle mie gambe. Vorrei evitare l’uscita dalla scena in barella. Invece  non posso esimermi da tale passerella. Imbacuccato, legato alla lettiga e con tutti i presenti che mi salutano con la mano.

Sento i portelloni dell’ambulanza che si aprono. Mi infilano all’interno. Osservo il soffitto. Leggo, e non so quante volte lo farò durante il viaggio, l’etichetta delle lampade che mi osservano dall’alto. Sento arrivare da fuori le voci e mi pare di capire che i nostri stanno recuperando. Penso, vorrei gridarlo, " DAI, FORZA RAGAZZI !"

Dopo alcune animate discussioni tra il medico e la centrale riguardo all’autorizzazione al trasporto, ecco che ci muoviamo. Si attiva la sirena. Ho freddo. Ho veramente molto freddo. Una delle mie compagne di viaggio cerca di scaldarmi le dita, sfregandole  tra le sue per applicare ancora quella strana pinza.

L’altra, la più anziana, mi sommerge di coperte, ne contiamo alla fine, tenendo conto che tre sono ripiegate, sette strati. E ho ancora freddo. Parlano di valori di pressione. Di saturazione. Che, forse, adesso comincia ad andare meglio. Che il medico ha fatto bene ad incazzarsi con la centrale.

Penso. Ad un sacco di cose. Ed intravedo dai vetri, in cui non sono satinati , spicchi di cielo. Ritagli di alberi. Parti dei portici. Dobbiamo essere in via Roma. Si, infatti, giriamo a sinistra, la salita del Largo. Uno strattone improvviso. Chiedo cosa sia. "No, niente, una frenata. Perchè non sempre danno la precedenza all’ambulanza".

Scambiamo qualche frase. Sono così gentili e premurose che quasi mi dispiace che tra un pò debba salutarle. Mi sistemano, non so bene cosa,qualcosa dietro la nuca per cercare di sostenermi la testa. Continua il freddo. E non racconto qui, tutto ciò che può passarti per la testa in quei momenti.

L’ospedale. Il mio viaggio in ambulanza. Il primo. Sta per terminare. I miei tre compagni di viaggio tra poco cederanno questo, un po’ malinconico,  passeggero, agli addetti al pronto soccorso.  Codice giallo. Non male. Sono secondo in classifica. Entriamo. Seguo il percorso osservando le volte, sopra me.

Mentre stiamo aspettando che mi chiamino, quella più anziana mi racconta che è nata a Cagliari e che l’uomo lì accanto, è suo marito. Allora mi viene da sorridere, ripensando alla battuta di poco prima, quando lui, giustificandosi per aver scambiato mia moglie per mia figlia, ha esclamato: “Sai mi è parsa così amorevole …”

Meno male, poco meno di mezzora ed entro. Con gli amici dell’ambulanza ci salutiamo. Mi prende in consegna un infermiere che spinge il mio sdraiato mezzo di trasporto dentro l’ambulatorio. E mi ritrovo tra prelievi ed elettrocardiogrammi e una serie di controlli che stabiliscono, alla fine, che non ho niente di grave.

Mi dimettono. Mentre percorro la stessa strada che, nel senso opposto, qualche ora prima mi ha visto transitare all’interno di quel veicolo bianco dal lampeggiante arancio e la sirena che non smetteva  di urlare. Mentre, chissà perché, stavo in silenzio, immerso in un sacco di pensieri. O, forse … lo so, il perché...