Quando mi sento bambino

domenica, 11 gennaio 2015

 

Ogni qualvolta capita di tornare al campo. Mi sento bambino.
Sarà quell’aria che spruzza vento leggero di maestrale sul viso. Il profumo dell’erba umida. Il vociare dei ragazzini che giocano.
E senza rendermi conto mi ritrovo ad osservare attraverso i piccoli rombi della rete.

Palla su!
I miei occhi seguono il percorso in aria dell’ovale. Salto e afferro la palla al volo. Atterro bene con le gambe diritte ben piantate a terra.
Spalle agli avversari, spingo e spingono verso me i miei compagni. Dai! Dai che stiamo avanzando. Ancora. Spingiamo!


Sento  la palla che pressa sul petto, a me avvinghiata. Stretta tra le mie braccia. Siamo quasi a cinque metri dalla linea di meta. Avanziamo ancora. Avanziamo. Spingi. Spingi.
Urlo io e urliamo tutti. Soprattutto il mediano. Il più piccolo di statura ma con una voce da baritono.

Quasi fatta. Quasi.
Improvvisamente sento mancarmi il terreno sotto i piedi. Come se avessi perso una scarpetta. Come se stessi per precipitare. Come quando dondoli le gambe seduto sull’altalena. Crollo. Crolla la maul. Crolliamo. Su me. Un mucchio. Di braccia e di gambe.

Confusione. La palla. Dov’è? Dov’è? Non la sento più! Sfilata. Sfuggita. Persa. Smarrita. Perduta.
Quando riesco ad alzarmi l’azione di gioco è già oltre la nostra linea di metà campo. Corro. Mentre velocemente cerco di sistemarmi la maglietta.

Papà, papà. Mi volto verso quella voce. Che già conosco. Papà, sono qui!
Un ragazzino tutto sudato, corre verso me sorridendo e mi prende per mano.
Sai che quasi stavamo per fare meta? Avevo io la palla e spingevamo forte. Tutti insieme.
Mi rendo conto solo adesso. Stringo forte la mano di mio figlio. Bravo! Bravo ragazzo mio!

E ci dirigiamo verso l’auto.