Pioggia, lividi, nocche rosse, mani gelate

lunedì, 8 dicembre 2014

 

La fascetta di cotone azzurro, zuppa di sudore e pioggia, cerca disperatamente di contenere i miei capelli, lasciandomi quasi libero il viso e comprimendo con sempre meno determinazione la fronte e le tempie.
Piove.

Stringo forte la palla tra le mani. E cerco velocemente la soluzione migliore per portarla avanti il più possibile.
Verso i pali.
Scanso il primo e per un soffio anche il secondo avversario.
Il terzo però, prima che riesca a passare l’ovale, mi placca.
Volo.

Atterro pesantemente infilando la faccia tra l’erba fradicia ed il fango freddo che schizza dappertutto e per un attimo mi pare anche di berne, di sentirne il sapore di acqua e terra che scorre in gola, dalla trachea allo stomaco.
Con tutta la forza che mi rimane, mi sollevo aiutandomi con il palmo delle mani che spinge sulla melma.

Pioggia, lividi, nocche rosse, mani gelate.
Quasi rido. Mostrando il nero della gomma del paradenti.
Il gusto ed il ricordo di giornate come queste, altre piogge, altre partite, senza inizio e senza fine, giocando dal dopo pranzo sino a sera inoltrata.

Bastava ci fosse temporale, pozzanghere e fango. Correvamo sguazzando nel pantano, le caviglie nude, senza calzettoni, colorate  di sporco, di terra.
Liberi di inseguire in campo, le bizzarre fughe di quel melone di cuoio.
Il naso colante di freddo e di muco e pioggia, lividi, nocche rosse, mani gelate.

Adesso sono qui, davanti a te, che mi guardi.
Partita finita e vinta, doccia veloce,  via subito, niente terzo tempo, proprio perché sapevo che già così, avrei tardato.
Non so cosa pensi in quello sguardo.

Ho ancora la sensazione che la fascetta prema sulla fronte, ho ancora il sapore di fango in bocca e ancora la schiena umida di pioggia.
Cerco di fissare quei tuoi grandi occhi scuri nei miei.
Scansi l’urto, eviti il confronto.
Arrabbiata.

Sei sempre il solito.
Così mi urli e poi mi abbracci e poi mi spingi via.
Rimango fermo, in piedi, sul portone, quasi per strada.
Mentre ha ripreso a piovere e ti guardo.
Sento l’arbitro che fischia.

Mischia per noi.
Avverto il calore dei compagni, il vapore che fuoriesce tra i denti e le labbra di tutti, avanziamo insieme, grida, schizzi, pioggia, lividi, nocche rosse, mani gelate.
Mentre sfoghi la tua collera, rovesciandomi addosso tutte le parole che ti passano per la mente.

Il dolore alle gambe, il buco in pancia dell’ultimo contatto, la voglia di tuffarmi in meta, nei tuoi grandi occhi scuri.
Così come poco prima al campo, mano a mano che la pioggia si infittisce, sommerge me e quanto mi sta intorno.

Hai smesso di urlare.
Hai finito le parole e adesso mi guardi, zitta.
Schivo il ceffone e mentre blocco il tuo braccio con il mio, con l’altro ti stringo a me e ti porto sotto la pioggia.

Due file allineate, due schieramenti ad un metro l’uno dall’altro, piazzati perpendicolarmente rispetto alla linea di touche.
Il lancio dell’ovale è preciso, perfettamente in mezzo tra gli uni e gli altri, tra noi e loro.

Sostenuto nel salto dai miei compagni, mi lancio e afferro quella palla di fango, che quasi mi scivola tra le mani.
Maul.
In piedi con le spalle rivolte verso gli avversari, spingo, spingiamo, spingono, pioggia, lividi, nocche rosse, mani gelate.

Finalmente sorridi e mi guardi, devo essere buffo bagnato da testa a piedi. Anche tu hai i capelli ed il viso nell’acqua del temporale.
Sento rilassarsi il tuo corpo stretto al mio.
Sento quanto vuoi veramente bene a questa testa matta che ti fa sempre stare in pensiero.

Che si dimentica, che arriva in ritardo, che racconta bugie, che rientra tardi e si infila in silenzio sotto le lenzuola sperando non te ne accorga.
La pioggia insiste su noi, restiamo lì ad occhi chiusi, in piedi, sul portone, quasi per strada.

Questa è quella buona.
Sono a neanche dieci metri dalla linea di meta. Ho da superare un solo grosso ostacolo che si predispone a bloccarmi, davanti.
Prima la finta di un passaggio a destra ed immediatamente dopo la passo all’ala che scatta alla mia sinistra.

Supero il grosso ostacolo che distratto dal mio compagno, si schianta in una pozzanghera, nel vano tentativo di placcarlo.
Ricevo l’ovale quando oramai davanti, non ho più nessuno.
Strada libera.

La pioggia in faccia, le scarpette pesanti, intrise di tutto,il fiato mescolato a saliva e terra, dosato il tanto giusto che basti ad arrivare sino in fondo.
Pioggia, lividi, nocche rosse, mani gelate.

Mi lancio a tuffo tra i pali, schiacciando con tutto il peso del corpo la palla oltre quella linea bianca che, le volte che cerchi di scorgerla dall’altra estremità del campo,  si nasconde tra l’erba e sembra così lontana.
Meta.

Mi tuffo nei tuoi grandi occhi scuri che sorridono, fradici di lacrime e pioggia.