La sedia del pilone John

sabato, 15 novembre 2014

 

Lo chiamavano John. Ma nessuno sapeva realmente qual era il suo vero nome. Sostava tutte le sere con la sua grossa, immensa, stazza, su una sediola in plastica, di quelle per esterno, da bar, seduto appena oltre l’ingresso, ad osservare il campo. Non parlava quasi mai e se raramente, capitava, gli bastavano alcune parole, miste a pochi cenni.

Dicevano che era stato un grande pilone. Dicevano che nel piccolo villaggio nei dintorni della foce del fiume Tawe, da dove alcuni sostenevano provenisse, fosse uno famoso. E che ancora, nel pub più importante al centro di quel paese del Galles meridionale, dietro il bancone alle spalle della spillatrice, la foto di un suo placcaggio, campeggiava in bella mostra.


Noi, a quei tempi, presi dalla nostra curiosità ragazza, spesso ci fermavano a salutarlo con l’intento di stuzzicarlo, ma i nostri, si rivelavano tentativi a vuoto, scontati, lui quasi non ci calcolava, fissava costantemente con quel suo sguardo azzurro, il campo, le azioni di gioco, i pali, quelli di una parte e quelli dell’altra.

Quando la palla, accidentalmente, si ritrovava a rimbalzargli accanto, ecco che, gigante dai capelli bianchi e oramai, poche, superstiti, striature rossicce,  come un giovane raccattapalle, si prodigava nel recupero e rilancio in campo dell’ovale. Era, oltre quello delle sue scarpe, l’unico contatto, tramite la palla e quelle enormi manone, tra lui e il profumo umido dell’erba.

Stava lì. Tutte le sere. Tranne quelle volte, poche in verità, che la palla restava nel sacco a riposare. Oramai, era divenuto un fatto normale vederlo seduto al solito posto, quel suo angolo celtico, quel suo mondo su quella sua, perché tutti sapevano che era a lui riservata e nessuno più la spostava, sedia bianca di plastica, cotta da intere giornate di pioggia, di vento e di sole.

C’eravamo così abituati a quella presenza, a quell’uomo che in quel suo silenzio pareva narrare una miriade di storie, a quel viso dalle grandi sopracciglia folte, e le orecchie grosse come ancora gonfie per lo strusciare di centinaia di mischie. E a quel suo sguardo azzurro. Che la sera che quella sedia rimase lì, vuota, priva di quel carico a cui si era, volta dopo volta, abituata, avvertimmo come un vuoto.

Era come se il campo non avesse avuto confini e non fosse delimitato dal bianco delle linee di calce. Era come se i pali non avessero più le gambe infilate nel terreno. Come se nell’afferrarla, la palla non avesse la sua solita consistenza. E l’erba non avesse più quel suo verde, umido, aspetto. Come se quella sera, quel campo, non fosse un campo da rugby.  

Tra un esercizio e l’altro, cercammo spesso di individuare il punto di John, quello in cui stava ad osservare, convinti di vederlo finalmente, lì, al suo solito posto. Chissà perché sentivamo che la sua, quella sera, non era un’assenza casuale. Chissà perché nell’andar via, costretti a passare davanti alla sua sedia, ciascuno di noi soffermò per un attimo il proprio sguardo, su quella vecchia, cotta, bianca, sedia di plastica.