Il tavolo delle storie

domenica, 9 novembre 2014

 

Ho una foto dei miei figli sul tavolo. Su quello dove adesso sto scrivendo. Un tavolo vecchio. Così vecchio che quando son così, li chiamano antichi.
Ha una macchia in un angolo.  L’impronta di un ferro da stiro. Dovuta, forse, ad un incauta sosta a riposare il braccio, tra una camicia e un paio di braghe, di chi, chissà quant’anni addietro, che fosse estate o gelido inverno, china, su quel tavolo, passava le serate.  A fare belli gli indumenti del marito. Che il giorno appresso, profumati di fresco, li avrebbe indossati per andare a lavoro, al paese.

In quella foto ci sono loro due. E intorno una cornice di legno. E intorno alla cornice c’è l’aria. E tutt’intorno c’è la stessa aria che sto respirando, adesso, in questo preciso momento, anch’io. Quella che si mescola alle nuvole. Che si lascia portare dal vento, in mare aperto. E non vuole sentirne di placare quel bisogno di urlare. A chi non ha il tempo di rimanere lì, ad ascoltare. A chi, non sa che anche nel silenzio, spesso si riescono a percepire le parole di un discorso.

 
Il grande sorride, e ha, a quei tempi è vero, ce l’aveva, l’apparecchio per i denti. Anche l’altro, lo abbraccia e sorride, piccolo che non te lo immagineresti mai così, com’è oggi.
Mi osservano. Guardano verso me. E anch’io li guardo. Anch’io voglio dedicare loro, un bel sorriso. E mi sforzo di trovarne uno. Adeguato. Il migliore. Che è da un po’ che non mi viene più di farne.
E penso a quella donna che su questo stesso tavolo, probabilmente lavorava l’impasto per il pane, rammendava le calze, fingeva di controllare i compiti ai figli, lei che a scuola non c’era mai stata.

Oltre la foto c’è il vetro. Oltre il vetro, a quest’ora, c’è il buio. Oltre, non so. Forse, le storie che su questo ripiano scuro noce, si troverebbero a proprio agio. Quelle storie che vorremmo sentire raccontare. Come ogni sera dopo cena, provava, quella donna, anche se stanca morta, a narrare, mentre gli occhi del figlio, già si chiudevano esausti. E lei, silenziosa, come solo le madri sanno esserlo, rimboccate le coperte, sfiorava la fronte del bambino con un bacio, prima di spegnere il lume, con un soffio lieve di fiato.