La nostra partita

domenica, 12 ottobre 2014

 

Vorrei correre con la faccia infilata nel vento e ridere mentre corro. Come un ragazzo che non conosce ancora, cosa significhi avere il timore di non riuscire a farcela. E giocare con quel melone di cuoio e non pensare, mentre gioco. Perché quando mi capita di farlo, sento come un buco allo stomaco.

Seduto in bus, osservo scorrere, oltre il vetro, il paesaggio di un ennesimo giorno che inizia. Da un lato il mare ancora scuro, dall’altra lo stagno immerso nel buio. L’autista chiacchiera con un tizio che sta in piedi, accanto alla porta davanti. Ogni mattina, la stessa fermata, gli stessi gesti, le stesse facce assonnate.
 

Passerei la palla al compagno che corre al mio fianco, appena più indietro, che sta lì ed io lo saprei anche ad occhi chiusi che sta lì, che riceve e la gira all’altro che corre ancora un po’ più indietro e che a sua volta la passa a quell’altro, sino a ricevere l’ovale, il compagno all’ala, che schizza veloce, in meta.

Alla fine, un viaggio dopo l’altro, ci si conosce. Anche se non per nome. Nel salire, un cenno di saluto verso il conducente e un sorriso abbozzato alle due signore, sedute sempre nello stesso posto, con le gambe allungate sul sedile di fronte. Il suono del biglietto morsicato dall’obliteratrice. E le portiere si richiudono.
 
Giocare una partita. Ci proviamo un po’ tutti. Ogni giorno. Ognuno a modo suo. E non sempre la giochiamo come vorremmo. Non sempre. E a volte capita che non si concluda con il risultato sperato. Già … se ci pensi bene, il nostro è proprio un campionato imprevedibile.

La luce azzurra dell’insegna, la piazza, gli alberi, la stazione. Il bus si arresta. Scendiamo in campo. Ognuno con il suo ruolo. Ognuno verso la sua partita. Le due signore, come ogni mattina, appena scese, corrono all’autobus fermo al centro della piazza. A volte riescono a prenderlo in tempo ed altre no.