Il tempo del senza far nulla

domenica, 20 luglio 2014

 

Erano ragazzi. Avevano quella quantità di tempo a disposizione che solo a quell’età è consentito avere. Il tempo del senza far nulla. Quello lasciato scorrere ad osservare le signorine che ogni sera passeggiavano per le vetrine del centro. Una in particolare. E la convinzione per ciascuno che prima o poi sarebbe diventata la sua ragazza.

Così come, prima o poi, sarebbe finita l’estate e controvoglia, sarebbero tornati a scuola, frugando il giorno prima nel ripostiglio alla ricerca dello zaino per i libri, sfogliati così poco che a fine anno, parevano ancora nuovi, e delle scarpe, abbandonate in quei mesi estivi per i sandali e gli infradito.

Con fare furbesco avrebbero tentato di saltare con la scusa di un malore, un’insolazione, o chissà quale altra invenzione, quel terribile primo rientro nei banchi, sapendo già in partenza che comunque, quel pretesto si sarebbe rivelato un vano, inutile, tentativo.

La sola quantità  di tempo che non bastava mai era quella di quando, per allenarsi, si trovavano al campo. Allora quelle manciate di minuti non erano mai sufficienti, la voglia di giocare era così forte che non si esauriva certo, in quelle due ore scarse di rugby a giorni alterni.

Erano ragazzi. Quelli che quel tempo del senza far nulla, oggi lo rammentano con un velo di nostalgia. Quel tempo sparito. Dileguato tra le rincorse quotidiane e gli espedienti per ottenere di più, sempre più, o per campare in qualche modo, comunque.

Quel tempo che pareva sprecato, lento, colmo d’inesorabile noia, era in realtà, la pausa prima dell’ingaggio. La concentrazione prima della gara. Il piantare bene i piedi a terra prima dell’impatto. Era il prepartita. Di quella vita che avrebbero vissuto negli anni a venire.