Quando ancora è più notte che giorno

domenica, 29 giugno 2014

 

Nel silenzio del mattino, quando ancora è più notte che giorno, il suono della sveglia dalla camera affianco irrompe nel mio sonno già solitamente leggero.
Sento muoversi.
Dopo alcuni minuti la luce del corridoio si insinua nello spazio tra lo stipite e la porta socchiusa.
Frugano nei cassetti.
Cercando, quasi quanto una mandria di bisonti, di far piano per non svegliarci.
Non sanno che al buio, dal mio letto, infilato sotto le coperte, ascolto e seguo i loro movimenti.
Immaginandomi esattamente l’espressione assonnata dei visi di entrambi.
I movimenti al rallentatore. Una ciabatta si e l’altra dispersa chissà dove sotto al letto.  
Dopo un lieve trambusto a completare la ricerca di calzettoni e quant’altro, sento scendere le scale, lasciando naturalmente, inesorabilmente, la luce del corridoio accesa.
Lo scroscio continuo, interminabile, per oltre venti minuti proveniente dalla doccia mi ricorda che sarà bene verifichi quanto prima, la quantità di gas ancora disponibile nel serbatoio.
Poi, improvviso, il silenzio.
Finalmente hanno finito di lavarsi.


Il rumore dello sportello del microonde e il suo leggerissimo ronzio sino allo squillante campanello di fine cottura, due tazze, due volte, due squilli.
La televisione.
Mi pareva proprio strano che non avessi ancora udito le inconfondibili vocine  dei Simpson, oramai tradizionale sottofondo delle colazioni a casa.
La voce del grande che sollecita il piccolo a sbrigarsi che tra un po’ passano a prenderli. E quella del piccolo che ribadisce, sono pronto, ancora un attimo, per quanto me l’immagino ancora a petto nudo, scalzo, seduto, davanti allo schermo, con la tazza di latte da finire e la borsa ancora da preparare.
Sino a quando la pubblicità, venendo in soccorso del grande, lo scuote, riportandolo sulla terra, esclamando improvviso, caspita è tardi!
Televisione spenta. Rumori vari, ancora di cassetti. Di cerniere di borse e di giubbotti. Anche se il piccolo fa sempre storie perché non vuole mai coprirsi. L’acqua che scorre, il lavaggio dei denti all’ultimo momento.
Poi, piano, piano, il passo felpato di due rinoceronti che salgono le scale. Due paia di occhi, uno più su e l’altro subito sotto che sbirciano nel buio della mia camera.
La luce del corridoio si spegne.
Gli stessi passi che scendono. Il portoncino che sbatte, altrimenti non chiude bene.
Un’auto in moto che aspetta.
Tutti e due, oggi, devono giocare.
Il piccolo, per modo di dire, ormai cresciuto, soprattutto negli ultimi tempi, quanto un adulto e il grande, per modo di dire, quello dai capelli ricci biondi e lo sguardo sognante che ancora deve decidere da quale porto salpare per il viaggio della vita.
Hanno entrambi la stessa passione. Che poi è anche la mia. Gli stessi fondamentali. Gli identici concetti. Che spero conservino. Per sempre.
Quando scendo trovo la solita confusione tra il divano del salotto e la cucina. Indumenti poggiati qua e la. Le tazze sul tavolo. Il barattolo dello zucchero aperto. La luce accesa un po’ dappertutto. Un accappatoio arrivato chissà come dal bagno all’ingresso insieme all’altra ciabatta del piccolo, la compagna di quella dispersa chissà dove sotto al letto.
Mi siedo sul divano. Mi guardo intorno. Sto per incazzarmi.
Poi,  … sorrido.