Se fosse un romanzo

domenica, 18 maggio 2014

 

Pensa a quante sono le storie che vivono su questo campo. Tra l’una e l’altra squadra, saranno almeno una cinquantina.  Quelle dei piloni, delle seconde e terze linee. Quelle dei mediani, dei centri e delle ali. E di quelli in panchina. Dell’arbitro e dei guardalinee. E quante ancora, considerando le persone sugli spalti.

Se fosse una pagina, questo campo, oggi, sarebbe un romanzo. Un intreccio d’episodi. Alcuni somiglianti, altri completamente diversi. Popolato da personaggi reali. Da gente che si conosce o che s’incontra per la prima volta. Donne, uomini, mani, sguardi, parole. Un’infinità di vicende a comporre la trama di un’unica storia.


Una bella storia sin dall’incipit. In cui si narra di come le squadre scendano in campo. Di come l’arbitro con l’inizio della partita, ceda un po’ di solitudine ai due guardalinee. Di un lungo fischio che taglia il silenzio. E la storia che inizia e poi scorre, da sola, così che al termine di ogni frase, nel tornare a capo, anziché un punto, rotondo, ne occorre uno ovale.

Se fosse un campo, questa pagina, oggi, sarebbe una partita. In cui giocarsi questa storia. Se la carta fosse l’erba. E non si dissolvesse, bagnandosi con la pioggia ed il fango. Ogni capitolo avrebbe il volto di ciascun protagonista di queste storie, istanti di un lungo, straordinario romanzo.

Scrivere è un po’ come giocare. Entrambe le cose provocano emozioni. È mettersi ogni volta in discussione. È provare e riprovare, appallottolando il foglio precedente. Come uscire dallo spogliatoio per l’ennesima volta, con la stesso stato d’animo della prima. Con la stessa paura di sbagliare. E la stessa convinzione di sapere dove andare.

Se fosse un romanzo, avrebbe quel finale che ancora nessuno conosce. L’epilogo che nessuno sa.  E si svela solo all’ultima pagina. Come una partita in parità a tempo oramai scaduto. Quando all’inizio, ottanta minuti sembravano tanti. E ti accorgi che il tempo è esaurito e ancora non hai capito come andrà a finire.