Una famiglia ovale

domenica, 4 maggio 2014

 

Cosa vuol dire avere un figlio rugbista? E anziché uno, averne due? E, se ciò non bastasse, che la ragazza del primogenito, praticamente tua nuora, giochi anche lei?
Per non parlare di tua moglie che non giocherà sul campo, ma che a rugby ci gioca con il cuore.
Significa che volente o nolente con quella palla ovale, devi averci a che fare.
E i cognati? Rugbisti, oltre che fratelli di tua moglie? Quando per la prima volta, il giorno del fidanzamento ufficiale, entrasti a casa dei suoceri, dopo quel che accadde con quella tazzina del servizio buono che maldestramente facesti volare via, tra l’imbarazzo di tutti, stabilirono subito che saresti stato, anche se arrivato da fuori,  un eccellente, cognato ovale.

Così, quando il sei nazioni era ancora a cinque e la meta di punti ne valeva ancora quattro, cominciasti ad ambientarti a quel nuovo mondo, meno rotondo ma più leale.
Ci vollero, però, ancora un po’ d’anni prima di ammalarti seriamente. Il morbo era lì, pronto a colpire. Ad ogni allenamento dei tuoi figli, rubati alla TV per il campo sin dalla tenera età, dallo zio più refrattario alla guarigione, tra i tre, il più grave, quello che da oltre trent’anni non fa che contaminare tutti i ragazzini del paese.
Giunse, poi, l’istante di una prima sera, quando quella cosa, il contagio, prese avvio, nella testa e nell’animo.
Quella palla uscita fuori, che mentre aspettavi tuo figlio finisse, ti trovasti con un lancio a due mani a restituire da oltre la rete, fu un segnale importante, un serio sintomo di una patologia  irrefrenabile.


Cosa significa una famiglia di rugbisti? Forse è cercare di capire perché ci sia sempre fango o terra nei tappetini, da quelli dell’auto a quello della doccia.
Oppure è, inseguire la camicia, che ti occorre l’indomani presto, ripercorrendone il tragitto dalla lavatrice allo stendibiancheria, provando a stanarla tra montagne di pantaloncini, maglie e calzettoni.
Forse è ritrovarsi a schivare palloni ovunque e non solo in giardino.
O forse è, quando è sera, e tutto è pronto, evitare di assaggiare la cena, attendendo il rientro dagli allenamenti di tutti, e smangiucchiare affamato, qualunque altra cosa.

Ma sicuramente, è far finta di niente di tutto ciò e godersi, seduti a tavola, famiglia al completo, finalmente, il racconto della loro giornata, di ciascuno, della loro partita quotidiana, delle  azioni decisive, di quelle azzeccate e di quelle tentate, dei loro desideri più intensi.
Ed è bello, così, essere componente di questa miscela di donne e di uomini che normalmente chiamiamo famiglia  e che ti fa sentire parte di una squadra.
Quella con cui dividere la vita. Tra alti e bassi. Tra i sacrifici per arrivare a fine mese e le risate per un episodio a scuola del più piccolo. Tra le preoccupazioni di un futuro incerto e l’ultima touche della domenica prima. Tra i dubbi intorno ad un tavolo di generazioni diverse, che si amano.
E che non solo il cognome comune, lega tra loro. Non solo lo stesso tetto. Non solo le stesse abitudini. Non solo gli stessi principi.
Non solo.