Il mio semplice rugby, degli uomini. E delle donne.

domenica, 13 aprile 2014

 

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che a prescindere dal ruolo sociale si sentono sempre, ancora piloni. Ché se c’è da organizzare qualcosa non demandano, fanno.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che anche se hai disputato tre mondiali. E sei stato capitano della nazionale, per più di ottanta volte, alla fine del  tuo ultimo allenamento, come sempre, sei quello che per primo va a ritirare i sacchi e i palloni.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che se al pomeriggio studiano o lavorano, sacrificano il proprio tempo per andare nelle scuole, la mattina. E sanno che per quei ragazzi, perlomeno per alcuni di essi, quei momenti, diverranno importanti.
 
Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di un piatto di pasta  in piedi, dopo che hanno già mangiato i ragazzi. E le bottiglie di minerale ai più piccoli prima e se non bastano, quella del rubinetto a chi resta.

 
Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di chi non dimentica i maestri. Che aspetta sempre il più anziano del club, prima di cominciare. E serba nel cuore, il ricordo della prima volta, del primo passaggio, del primo discorso, delle prime nozioni.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che grazie allo sport, hanno trovato una via di fuga. Da una storia che pareva segnata. Da un quartiere. Dagli amici sbagliati. Dall’assenza di una famiglia che in parte, poi, il campo ha ricompensato. Quelli che non dimenticheranno mai che il rugby, gli ha salvato la vita.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che prima di partire in trasferta, si fanno veloci il giro del paese, a tirare giù dal letto, quei tre o quattro sempre in ritardo. Ché bisogna arrivare in orario per la partita, altrimenti la danno persa.
E che ad ogni sosta, prima che il bus riparta, fanno la conta per controllare se il numero è lo stesso della partenza.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. E delle donne. Ché giocano. Ché spesso si pagano tutto pur di giocare. Ché se ne fregano di chi pensa che, il rugby, non sia adatto a loro. E di quelle che anche se non giocano, al campo, la domenica o comunque quando occorre, ci sono sempre. Che preparano e cucinano e servono e puliscono e non si fermano mai, anche, soprattutto, quando tornano a casa.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Quello delle famiglie. Del pranzo portato da casa. Del pane e frittata. Del sapore di crostata. Del caffè nel thermos che non tiene caldo più come una volta. Della birra con troppa schiuma nei bicchieri di carta.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Di quelli che solo loro sanno, perché lo fanno. Perché anche se un giorno non ne hanno voglia, non lo danno a vedere. E hanno un amore segreto, quello che invece, tutti sanno. Ché li ha stregati ragazzini.
Quell’amore ovale che ammalia, tutti noi.

Il mio è il rugby degli uomini semplici. Quello degli impiegati, degli insegnanti, degli imprenditori, delle studentesse, dei falegnami, dei metalmeccanici, delle casalinghe, dei fruttivendoli, dei disoccupati, dei co.co.pro., della gente, delle persone qualunque, di tutti quelli che quando occorre, si rimboccano le maniche e muovono il culo.

È questo il mio semplice rugby, degli uomini. E delle donne.