Il segnale

domenica, 6 aprile 2014

 

Così, come sempre, anche quella sera ad una certa ora il cielo si spense.
E le sue stelle erano le potenti luci dei proiettori, piazzati su lunghi pali ad illuminare il campo.
Quello era il segnale.
I ragazzi, così, come sempre, al sopraggiungere del buio incalzante della notte, raccoglievano le borse poggiate in ordine sparso tra le panchine e il limite del prato e guidati dai riflessi della luna, si incamminavano verso il cancello di lamiera verde che giochicchiava con le loro ombre allungate dai riflessi della luna, andando vivacemente a sovrapporle, una sull'altra.

Così, come sempre, la strada di casa rimaneva lì, in paziente attesa, sino a quando anche l'ultimo dei ragazzi arrivando a casa, si apprestava a richiudere alle spalle, la porta d'ingresso.
Quello era il segnale.
Stanchi dall'intensa giornata, quando tutti erano già a cena, in cucina, in sala da pranzo, davanti alla tv, ecco che al campo, nel silenzio più assoluto, anche quella sera, le stelle lentamente, si riaccesero.
Il cielo riprese luce e le squadre uscirono dallo spogliatoio.
L'arbitro, al centro dei capitani, ciascuno alla testa della fila formata dai compagni, in leggera corsa, raggiunse il centro del campo.

Così, come sempre, come ogni sera, dopo l'allenamento, al campo, quando tutti oramai erano andati via, al fischio dell'arbitro, aveva inizio la partita.
Quello era il segnale.
Ma quella sera, chissà come, accadde che uno dei ragazzi nel cercare, chissà cosa, smarrita nell'erba, si attardò, rimanendo solo, chissà perché, senza rendersene conto.
Si sorprese nel ritrovarsi al buio. Ma ancor più rimase a bocca aperta, evitando di emettere alcun suono di stupore, quando si ritrovò, nascosto da una provvidenziale siepe di oleandro, unico, solitario spettatore, di quello stranissimo, inaspettato, spettacolo.

Così, come sempre, i suoi compagni erano già a casa, mentre il ragazzo assisteva, incredulo, alla misteriosa partita che si svolse regolarmente nel primo, secondo e l'immancabile terzo tempo.
Quello era il segnale.
Cercò di svignarsela, fiducioso che la confusione e il vociare sostenuto dei giocatori, distratti dalla piacevole terza fase dell'incontro, gli consentisse di soppiatto di raggiungere l'uscita del campo.
Non sapeva darsi una spiegazione a tutto ciò. Non capiva chi fossero quelle persone.
Per un attimo gli balenò la stralunata idea che fossero fantasmi.
Che fossero giocatori del passato desiderosi di calcare un campo d’erba e non di nuvole.
Ma l'idea era tanto assurda quanto, perché no?, anche possibile, che, impauritosi ancor più, la scartò immediatamente.
Ce l'aveva quasi fatta, era lì, lì, quasi oltre il cancello, quando sentì una voce roca ma allo stesso tempo potente urlare: "Ehi, tu!"
Anche se con le spalle rivolte al campo, sapeva che l'urlo era diretto a lui.

Così, come sempre, anche quella sera ad una certa ora il cielo si spense.
Il ragazzo non resistette, la curiosità data dalla sua giovane età, era forte, e decise, quindi, di girarsi verso il punto da cui proveniva la voce.
Quello era il segnale.
Le luci dei proiettori, stelle di cielo, improvvisamente si erano spente.
Provò, strizzando gli occhi, a scorgere nell'oscurità che avviluppava il campo, un movimento, un rumore, un respiro, una qualsiasi prova che i protagonisti di ciò a cui aveva assistito, fossero ancora lì, malgrado quel buio pesto.
Tutto era fermo. Il silenzio era assoluto. Come normale che fosse, a quell'ora.
La strada di casa era lì, in paziente attesa, come sempre.
Il ragazzo si mise a correre, veloce come mai.
E nel sonno agitato di quella strana notte, confuse i sogni e la realtà, il vero e l'immaginario, e al risveglio, si convinse che quella partita non era parte di un sogno ma che era sicuramente più semplice, pensare lo fosse.