Le madri non lo sanno

domenica, 30 marzo 2014

 

Coccolano ancora il ricordo di quelle levatacce la mattina presto a preparare il panino per il viaggio. Dopo aver recuperato tra i panni stesi i pantaloncini, quelli neri della divisa ufficiale, che come al solito, solo all’ultimo, quando oramai s’era fatto tardi, ti accorgevi che ancora mancavano nel borsone. E dopo aver scovato, avendolo cercato in ogni dove, ben mimetizzato dentro un calzettone, il solito sfuggevole paradenti, si precipitavano  in auto, urlando, dai che è tardi,  con indosso il cappotto sul pigiama, le scarpe infilate di fretta senza calze e il cappellino di lana a coprire i capelli spettinati ancora dal sonno.

A malapena arrivavano in tempo, il bus già in moto con i vetri appannati, dai quali si intravvedevano le sagome di ragazzini, alcuni seduti ed altri in piedi in cerca del posto migliore che di solito era tra quelli più in fondo, eccitati dall’imminente trasferta, dal viaggio che al solo pensiero prospettava un programma di canti e risate e dalla partita, quella tanto attesa durante la settimana che sembrava sempre la più importante del campionato, quella fondamentale, quella della vita.
Le ultime raccomandazioni prima di uscire dall’auto, a completare e perfezionare il lungo elenco proferito lungo il tragitto da casa al campo, prima di un ultimo, mi raccomando stai attento, e un bacio sulla fronte quasi di sfuggita, perché ormai ti sentivi grande e quasi ti scocciava che ti scorgessero in quel saluto con  bacio di mamma.

 

Così la sera, a volte veramente sera tarda, attendevano il rientro nello spiazzo davanti al campo, sedute in auto ad ascoltare alla radio, canzoni, notiziari, per ingannare l’attesa o scambiando due parole tra loro, sperando da un minuto all’altro di scorgere in lontananza la luce in arrivo dei fari del bus, confondendoli con quelli di auto al rientro in paese. E non capitava mai che l’arrivo fosse per l’orario previsto, anche perché spesso le soste in viaggio, soprattutto al ritorno, consentivano alla giovane comitiva, questo anche quando non vincevano ma ancor più in caso di vittoria, di allungare a causa del temperamento vivace, i tempi di percorrenza, costringendo l’allenatore e gli accompagnatori, prima di ogni ripartenza, a contare più volte il numero dei ragazzini, spesso rientrando all’interno dell’autogrill per cercare la quantità mancante, di solito ancora assorta, incantata di fronte agli scaffali di pop corn, patatine  e merendine, con l’intento di fare colletta per raggiungere la cifra sufficiente ad acquistare i viveri per il prosieguo del viaggio.  

 
Sino a quando, finalmente, nella sera diventata notte, le piccole luci in lontananza, come fossero le ultime luci di faro disponibili, avvicinandosi lentamente, prendevano la forma dei grandi fari del bus, lo stesso che la mattina, praticamente all’alba, era salpato verso  un campo da rugby distante abbastanza da impegnare per un’intera giornata  quella comitiva di rugbisti ragazzini.
Il bus rallentava e si fermava, le portine si aprivano entrambe, l’autista scendendo per primo, stiracchiandosi corposamente, andando ad aprire lo scomparto dei bagagli dove giacevano il borsone delle maglie, quelli dei ragazzi e la rete portapalloni, si accendeva quella che era stata per gli ultimi cento chilometri la tanto sospirata sigaretta.
Le facce degli accompagnatori superavano di gran lunga quelle stanche, sì, dei ragazzini,  ma non così stravolte. Parevano di rientro  da un viaggio sulla luna e dopo aver avuto a che fare con un’orda di marziani.

Sorridevano, malgrado la stanchezza, nel vederti arrivare con il solito passo che strusciava le scarpe a terra e quante volte ti esortavano a sollevare i piedi e a camminare correttamente. Il loro primo pensiero, immediatamente sopito, era quello di abbracciarti ma rammentando quanto tu non gradissi tali manifestazioni pubbliche di affetto, il secondo pensiero aveva il sopravvento e consisteva nel prenderti il borsone dalle mani, poggiarlo nel cofano, farti accomodare in auto e partire verso casa, finalmente.
Com’era andata, avevi fame, eri stanco? Durante quel breve percorso, raccontavi la partita, le tue impressioni, quel bel passaggio e quella meta mancata d’un soffio, confidavi le tue incertezze, soprattutto quando pensavi di non aver giocato al meglio, a volte soddisfatto e altre un po’ meno, prontamente confortato da un buffetto e da una frase incoraggiante.

Accarezzano ancora il ricordo di quelle giornate. Oggi che oramai sei adulto. Per loro, sei quel ragazzino sudato, affamato, esausto e ancora guizzante, pieno di energie. Quello che canta in coro dal fondo del bus, che scherza con l’autista,  quello che i compagni lanciano in aria durante le touche, che ancora smarrisce il paradenti tra gli indumenti in lavatrice, quello che quasi non gioca più, preso da mille cose, da mille pensieri, al quale piacerebbe tanto avere la spensieratezza di quei giorni, la stessa voglia infinita di correre e giocare.  
E quando ti soffermi ad osservarle, le vedi belle, così belle, come allora.
Anche se il tempo è passato anche per loro, per te, per tutti.
Ma questo, le madri, non lo sanno.