Lo chiamavamo campetto

lunedì, 24 giugno 2013

 

Stava lì, tra gli stessi palazzi. Dove oggi c’è il parcheggio a pagamento. Di quelli che hanno il sottopiano. Così che si può transitare in auto al disotto. Proprio al disotto del nostro campetto. Di quello spiazzo di pietre e polvere. Sotto le nostre gambe che corrono. Le ginocchia sbucciate. Le nostre facce accaldate. Passavamo lì pomeriggi interi che a forza di giocare diventavano sere.
Quando la sete era così grande da dover interrompere quelle partite infinite, andavamo di corsa a chi faceva prima ad attaccarsi al rubinetto dell’autolavaggio, nel cortile con l’ingresso sulla strada di fronte e l’uscita in quella opposta, eccellente via di fuga, quando capitava che la palla rimbalzasse sui vetri della casa del gommista. Che poi, in fondo, era un bonaccione e ci riparava sempre, anche se con qualche mugugno dei suoi,  quella palla storta.

Le nostre voci echeggiavano vivaci, mischiandosi a quelle delle rondini. E quel chiasso attirava la curiosità di chi a quell’ora non aveva niente di meglio da fare. Quello della rivendita di bombole che dondolandosi all’ombra, giocava in equilibrio con le gambe posteriori della sedia. Quei due o tre che si sgranchivano le gambe fuori dal bar, dopo le dure ed estenuanti partite a biliardo che vedevano inizio la mattina presto all’apertura del mercato e proseguivano sino alla chiusura, quando Armando, stanco, abbassava la serranda a metà. Quello del quarto piano che ogni sera, dopo aver innaffiato i gerani, rimaneva ad osservarci fumando una sigaretta con i gomiti poggiati alla ringhiera del balcone. Quelle zanzare che non davano pace alla signorina Maria che verso sera faceva i conti, le davano così sui nervi al punto che come poteva chiudeva la bottega in anticipo.  
Il campetto. Che adesso non c’è più. Dove adesso parcheggiano le auto ben allineate.  A spina di pesce.  
Anche allora qualche auto parcheggiava lì. In maniera disordinata, ai bordi, lungo i confini, lasciando sempre spazio a quello che tutti nel quartiere sapevano essere il campo da gioco di noi ragazzini, che non avevamo altro luogo dove sgambettare e sfogare la nostra voglia di giocare.
Quando capita di trovarmi lì a parcheggiare, provo una sensazione strana.
Mi pare di sentire la mia voce e quella degli altri, mischiata a quella delle rondini. Chiudo l’auto, mentre lo sguardo va alla rivendita di bombole, al bar all’angolo, al quarto piano e alla bottega della signorina Maria che non c’è più. E mi viene sempre voglia di mettermi a correre verso il rubinetto, nel cortile con l’ingresso sulla strada di fronte e l’uscita in quella opposta.