Cos’è il rugby a Capoterra

mercoledì, 1 maggio 2013

 

Quel muro c’è sempre. Oramai nascosto tra le case. Dove prima c’erano vigne e serre di pomodori. Una fermata del bus è proprio lì. Lo spiazzo e la strada erano il campo. C’è una frase scritta in grande, su quel muro. Che oggi non si vede più. Una frase che il tempo ha reso invisibile. Mischiandone le parole alla calce, al vento e alla pioggia. Una frase che, chi vuole, legge comunque. Che se capita di passare lì davanti, ti fa rammentare quelle partite polverose, quel campo duro di terra e pietre, quei ragazzini assolati e quelle vivaci maglie giallorosse.
In quella frase c’è scritto: “ma ti rendi conto che qui si gioca a rugby”.

In paese non c’è cortile che non abbia visto almeno una volta il rimbalzo di una palla ovale. In paese il rugby non è uno sport ma una consuetudine. Quasi una tradizione. Come, per chi crede, la messa la domenica. Solo che poi alla partita ci vanno tutti, anche quelli che credono meno. Perché al campo ci trovi proprio tutti. Anche quello che non ricordavi fosse appassionato. E’un punto di ritrovo. Di aggregazione. Tra amici di sempre e appena conosciuti. Dove ci si mischia. Per ottanta minuti di partita e per un paio d’ore dopo, al terzo tempo. In paese per famiglia c’è almeno uno che ha giocato. Quando va male. E’ probabile invece che sia stato il nonno a passare l’ovale al padre che l’ha passato al figlio e perché no, alla figlia. Già perché in paese le donne non stanno mica a guardare.
 
Cos’è oggi il rugby per un paese come il nostro? Certamente un riferimento, per i ragazzi, per noi tutti. Che colma il vuoto di ciò che invece manca. E‘ il sogno di quel gruppo di simpatici matti che nei primi anni settanta, iniziarono tutto questo. E’ il sacrificio, l’impegno, a volte di pochi, che testardi hanno proseguito malgrado tutto. E’ il rugby, così com’è dappertutto. Lo stesso rugby. Di gente che impara subito. Che si sa adattare. Che spinge e non arretra. Il nostro rugby che sa di isola. Di viaggio. Di traversate. Di attese. A volte interminabili. Di traguardi. Alcuni che sembrano ancora irraggiungibili. Del desiderio  di emergere. Di una comunità.
Quella che si dispone a cerchio, con la squadra al centro e gli si stringe attorno.