Se vincessimo il mondiale di rugby

mercoledì, 9 settembre 2015

 

Ma se lo vincessimo per davvero il mondiale di rugby? Te lo immagini? Come quando vincemmo quello di calcio. Quello di Bearzot, Rossi e Tardelli. Quello di Pertini che al nostro terzo gol, si fece scappare: non ci prendono più! E di Martellini che al fischio finale, con appassionata enfasi urlò: Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!

Sarebbe una gran bella soddisfazione, eh? Tutta l’Italia scenderebbe per strada. Non soltanto il popolo ovale. Non soltanto quei pazzi innamorati di rugby. E ci sarebbero cortei di auto e cori. Gigantografie di Parisse e compagni, appese alle case. Ne parlerebbero tutti. Ovunque. Anche quello del bar sotto casa che ad ogni sconfitta della Nazionale, un pochino ti sfotte.

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La decisione della formica

domenica, 9 agosto 2015

 

Mi sono trasferito in giardino. Ho preso il pc, la bottiglia d’acqua, un pacchetto di fazzolettini, e ho poggiato il tutto su un tavolino in ferro battuto che da anni sta fuori all’aperto, esposto sia alle intemperie che all’acqua dell’impianto di irrigazione, quasi completamente arrugginito che non so come faccia ancora a restare così stabile sulle sue quattro gambe.

Starsky, il gatto, è un tipo discreto, non è di quelli che come ti vede si precipita a strusciarsi addosso. In questo momento sta a circa un metro e mezzo da me, cercando di provvedere ad una seria, precisa, pulizia delle zampe anteriori. Così pignolo nel procedere con la toeletta che la lingua sembra una dinamica spazzolina che non conosce alcuna sosta.

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Pare si chiami rugby, anche per questo

domenica, 7 giugno 2015

 

Una palla ovale. Tra le mani. Una semplice palla. Bislunga. Si fa per dire. Semplice. Perché se si ha a che fare con qualcosa che quando stabilisce di rimbalzare, evita di ritornare al punto di partenza. Significa che non puoi giocare da solo. Perché se anche la lanci contro il muro, non tornerà tra le tue mani.
 

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Quella dolce poesia che sta tutta nel passarsi la palla

mercoledì, 8 luglio 2015

 

Aspetta. Prendo la borsa e arrivo. Ho detto aspetta! Un attimo! Dai che sono pronto! Mentre finisco di infilarmi le scarpe con una mano, con l’altra cerco di chiudere il portoncino a chiave. E’ tardi! E non è il solito ritardo: è parecchio di più! Scendo le scale affrontando i gradini a gruppi di tre, ecco l’auto. Mi aspetta un amico. Il sempreprontoapassareaprendermimezzoraprimadellediciannoveetrenta: Mario. Detto anche Lottico. Come quello degli occhiali ma senza l’apostrofo che col tempo si è perso per strada. Lo chiamiamo così. Da sempre. Non per l’attività che svolge, lavora in tipografia, una specie di grafico, ma gli occhi, gli occhi sono la sua passione. E’ in grado di distinguere qualunque tipologia di congiuntivite, al primo colpo. E studia l’iride, quel disco membranoso con al centro la pupilla, dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Non faccio a tempo a poggiare il culo che l’auto schizza via. Ehi, non esagerare. Rallenta un po’. Altrimenti al campo ci arriviamo, sì, ma non a quello da rugby, a quello santo!

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Prima della pioggia

lunedì, 6 aprile 2015

 

Prima della partita. Prima che tutto inizi. Prima ci guardiamo in faccia. Prima che faccia scuro. Prima di scendere in campo. Prima ci stringiamo in cerchio. Prima nello spogliatoio. Prima in silenzio e le parole. Prima tutti i nostri occhi in quelli del capitano.

Prima che le nuvole si addensino nel cielo. Prima di qualunque cosa. Prima vorresti dire anche tu una parola. Prima e non dopo il temporale. Prima del bisogno di urlare. Prima della sferzata finale. Prima che la tua squadra esca da quella porta. Prima degli altri.

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