La cantina di Gabriele

sabato, 26 febbraio 2011

 

Tarda mattinata di una giornata di insolito sole a Milano. Mi accompagna un amico. Cerco a lungo un parcheggio, poi dopo una dozzina di giri di isolato infilo l’auto tra altre due, parallela al marciapiede.

L’insegna gialla e la serranda a metà: mezza chiusa, o mezza aperta. Dipende: se ti occorre riparare le luci dell’auto a quell’ora è sicuramente mezza chiusa. Se invece hai bisogno di ritrovarti tra vecchi amici che amici già sono anche se ancora non li conosci, allora quella serranda è mezza aperta.

Entro e sento chiamarmi da giù, verso il basso. Seguo la voce sino ad una scaletta ripida – Stai attento alla testa – malgrado l’avvertimento, scendendo quasi tocco il soffitto spiovente della scala.

Mi ritrovo chiacchierando e mangiando olive, formaggio, insalata russa spalmata su tocchetti di pane e vino bianco. Ma è solo l’antipasto. Cabrio, Gabriele Cabrio, lui fa l’elettrauto per campare  ma è rugbista per se stesso e cuoco e filosofo per gli amici. C’è l’Ottavio, l’Architetto, il Gabbiano e le sue partite del ’50 in nazionale, Cabrio tira fuori un libro del Tognetti e mi fa vedere le foto del  Zanchi, il Gabbiano, con la maglia azzurra. C’è poi il Michè che da poco è tornato da Santo Domingo, dice che è dimagrito malgrado la  pancia pare viva di vita propria.

Mi guardo attorno. Alle pareti immagini antiche di giovani che giocano, una collezione di piatti celebrativi, come quelli che una volta davano ogni anno per il minirugby. Giorgio il Riccia, mi fa notare una foto dove lui è in volo e sta per fare meta, un’immagine talmente bella da sembrare un sogno, forse anche a lui che quella meta l’ha fatta, dopo tanti anni, sembra ormai un sogno.

Cantina, taverna, tana, ritrovo, rifugio. Ancora olive, vino e fette croccanti di pane. Poi Cabrio cucina apposta per me una padella di linguine olio aglio e peperoncino, mentre per gli altri ha preparato dei ravioli con brasato con i quali, il Michè, giusto per finirli,fa il tris.

Seduti sulle panche che sanno di tram, mangiamo, Gabriele mi racconta di com’era il quartiere venticinque anni fa e i ragazzini che doveva ad uno ad uno andare a cercare per portarli all’allenamento.

Mi racconta delle facce sbigottite di una pattuglia di polizia quella volta che all’una di notte, un bus stracolmo di gente, si fermò, spalancando le porte, lì, davanti alla sua officina e le persone che da quel bus, quasi in fila indiana, si infilarono al suo interno, inchinandosi per entrare a superare la solita serranda a quell’ora ancora aperta (o chiusa) a metà.

Tra un ricordo e un bicchiere si fa ora di andare, ad uno ad uno andiamo via tutti. Quando tocca a me siamo rimasti in tre, io, il Michè e Cabrio. Ci salutiamo dandoci appuntamento ad una prossima volta, quando capiterò di nuovo da queste parti. Stringo la mano ad entrambi, prima al Michè e per ultimo a lui, a Gabriele, che sorride, ragazzino.

La sera in albergo, una volta in camera,  sento ancora addosso l’odore del soffritto d’aglio e mi vien da ripensare a quella cantina e alle sue storie, a quel gruppo di amici, che ho conosciuto oggi ma che è come se li conoscessi da sempre, alle risate, alle chiacchiere, allo squisito sapore del pane bagnato nell’olio rimasto dalla pasta nel fondo del piatto, a quel volo in meta del Riccia, a quel profumo di rugby che si respira al di sotto di quell’officina in via Correggio a Milano.