Noceto … il rugby … gli amici …

domenica, 2 giugno 2013

 

Quando il campo era un prato e due garage in lamiera gli spogliatoi e chi veniva a giocare si cambiava al buio, senza luce, senza doccia, praticamente senza niente.
Quando la lampadina degli spogliatoi era alimentata, si fa per dire,  con il motore a scoppio di un vecchia motosega che a forza di tirare la cordicella dopo innumerevoli, estenuanti,  tentativi, finalmente, sbuffando, metteva in moto una vecchia dinamo.
Quando i giocatori venivano ceduti e scambiati a volte con forme di formaggio o altre con una muta di maglie.

Quando la club house era l’ultima stanza, spesso troppo piccola per contenere tutti, in fondo all’osteria Piroli che stava in piazza e rimaneva aperta sempre e il profumo di pastasciutta si mescolava al fumo e i boccali di birra alle bottiglie di rosso.
Quando i rugbisti si esibirono non al campo con l’ovale ma al Cantarugby con il microfono e la prima edizione la vinse “Una casetta in Canadà” e da allora, ogni due anni si replicò con grande successo l’atteso, insolito, appuntamento canoro.
Quando i tremila del Nando Capra impazzirono di gioia e la Domenica Sportiva si accorse che anche qui si giocava a rugby per davvero e i ragazzi comunque non si montarono la testa e continuarono oltre che rugbisti ad esser elettricisti, geometri, casari e come Mc Callum, quasi falegnami.
Quando un paese, un piccolo paese, sa di rugby, di grande rugby e Garrincha non è l’ala destra del Brasile e non si chiama Manoel Francisco dos Santos ma Paolo e Peter, maori, che parla in dialetto nocetano e Daniele che con gli All Blacks ci ha giocato contro all’esordio ai mondiali e Pippo, nazionale, che adesso allena e quel carabiniere aquilano che sfidando caparbiamente sia la mamma che la nonna, convinse finalmente  il Giova a provare con il rugby, lui, Massimo, che diverrà uno tra i più grandi giocatori italiani.    

Queste e altre ancora le tante storie, belle storie, di rugby e naturalmente di vita, in una sera di insolito freddo di fine maggio, chiacchierando a cena insieme a cari amici da Mòn, tra tocchetti di torta fritta, una birra, stracchino, tortelli alle erbette un’altra birra e la squisita giardiniera preparata dalla Daniela, la moglie di Mòn.
Mòn, rugbista, padre di rugbisti che una volta era Orlando e il fratello cominciò a chiamare “mòn frère” e nel tempo così han continuato a chiamarlo e ancora così lo chiamano tutti, Mòn, Mio, di tutti.