STORIA DI WALTER

lunedì, 15 dicembre 2014

 

...sarebbe dovuto uscire nel dicembre duemilatredici... ma il giornale chiude, fallisce...questa storia, riassunto di una lunga chiacchierata tra noi...tra me e lui ... rimane in un cassetto ... Walter ... uno di noi...ciao ...

 

STORIA DI WALTER

Rimase affascinato da quel filmato che gli fecero vedere a scuola, in prima media. In un campo da gioco simile a quello da calcio con le porte senza rete i cui pali non si fermavano all'incrocio con la traversa ma proseguivano paralleli verso il cielo. In cui dei ragazzini con le maglie a bande bianche e rosse giocavano con una palla ovale seguendo le istruzioni dell'allenatore.
Quel filmato era girato in francese e l'allenatore era Pierre Villepreux.
Era il ‘76 e per Walter fu il primo contatto con il gioco che divenne la sua passione per tutta la vita.

Si convinse subito a provare al campo e gli allenamenti a quei tempi si svolgevano al campo dei preti, dietro le case popolari dell'UNRRA Casa, dove il campo era terra dura e nelle giornate di vento la polvere volava negli occhi e in bocca.
Dopo quel primo allenamento Walter, dieci anni, iniziò a giocare e smise solo ai trenta, quando il titolare dell'impresa in cui lavorava gli pretese di smettere. Seppur controvoglia non potendo più rischiare di assentarsi dal lavoro e si sa che nel rugby capita di dover recuperare e il lunedì è sempre il giorno peggiore, Walter,si arrese e smise di correre con l’ovale tra le mani.

Sino ad allora, sino a quella decisione, da quella prima volta al campo dei preti, aveva sempre giocato, frequentando i corsi a Tirrenia, le trasferte a Treviso e partecipando ai giochi della gioventù.
Quella squadra di ragazzini capoterresi delle scuole medie che crescendo divenuti uomini, giocheranno nel campionato di serie C e Walter prima come mediano di mischia e poi come secondo centro, giocherà in squadra anche insieme ai suoi due fratelli.

Poi dopo tre anni, torna al campo. Per un incidente sul lavoro ad un crociato gli consigliano un po' di allenamento. Così quel desiderio sopito per quei tre lunghi anni, diventa irrefrenabile. Lì, al campo, ad un passo dai suoi ex compagni. Ad un millimetro da quella maliarda palla ovale.

Dopo anche alcune insistenze dei compagni, riprese a giocare. Anche se il suo titolare, quando lo venne a sapere, si incavolò come una bestia. Ma quella era la sua passione, sbocciata oramai tanti anni prima tra i banchi della scuola e grazie a quel vecchio filmato e a quell’allenatore francese.

Poi, capitò tutto in un giorno. Il 31 ottobre del ‘99. Walter quella domenica aveva deciso di non giocare. Era stanco. Aveva bisogno di riposare e sarebbe andato al mare, a Nora, a pescare muggini. L'auto già carica, attendeva giù in strada con i suoi due figli già seduti al suo interno. Tutto era pronto, sarebbe stata una magnifica giornata al mare con la famiglia. Sarebbero bastati cinque minuti. Solo cinque minuti e a casa non l'avrebbero trovato.

Bussano. Manca gente. Occorre la sua presenza. Sono in pochi. Altrimenti gli danno partita persa. Walter posa la fiocina e l'ombrellone quasi a malincuore, ma non può dire di no, non può. Prende le scarpette e con la famiglia e l’auto pronta per il mare si avvia al campo.

Si gioca con l'Ostia. Sugli spalti la moglie e la figlia di sette anni, il figlio di dodici è a bordo campo, raccattapalle. Walter, inizia la partita nel ruolo di secondo centro. Solo quando la partita si mette veramente male,Walter viene spostato a mediano.
Lui da mediano ci giocava da ragazzo. Ma tra fratture e botte varie aveva rinunciato da tempo a quel ruolo. Ma quel giorno il mediano titolare non è disponibile e l’allenatore si ricorda dei trascorsi di Walter.

Un’azione furibonda, un avversario in fuorigioco. Walter si china a recuperare il pallone. Una ginocchiata alla nuca. Le vertebre sembrano frantumarsi. Una scossa elettrica spaventosa. Le parole, le urla bloccate in gola. Si continua a giocare. L'arbitro finalmente fischia e blocca il gioco.
L'ambulanza. Il silenzio e la disperazione. Nei volti.

Walter viene immobilizzato e portato via in ospedale. Sesta e settima vertebra. La diagnosi è gravissima. Sua madre non ci vuole credere. Nessuno ci vuole credere. Rischia di rimanere paralizzato per sempre. Non vuole vedere nessuno se non sua madre.

Dopo quindici giorni all'ospedale Brotzu di Cagliari, viene trasferito all'unità spinale di Firenze. È bloccato completamente. Disteso sulla branda può solo osservare quelli che in carrozzina transitano nel corridoio. La sua forza e il suo carattere, lo spirito caparbio, cocciuto, che lo ha sempre animato in quei quattordici mesi di permanenza a Firenze gli consentono di ottenere dei progressi che lasciano di stucco gli operatori del centro.

Torna a casa che cammina appena con il deambulatore. Ma ogni giorno è una sfida con se stesso. Scale a salire. Scale a scendere. Con il culo che striscia a terra. Scale a salire. Scale a scendere. E l’indomani ancora. E prova e riprova a salire e scendere. Nelle notti in cui il sonno non arriva. Perché di notte i dolori sono più forti. Perché di notte è più forte anche la solitudine. Perché dopo l’incidente, tutto cambia. Anche la famiglia ne subisce le conseguenze. E con sua moglie si lasciano. E chissà come sarebbe andata se quel giorno fossero usciti cinque minuti prima.  

Stiramenti ,stretching, e i dolori, le medicine. E gli interventi. L’ulcera. Entra ed esci dall’ospedale. Le centomila complicazioni derivanti da quel colpo. Walter impara a convivere con la sua condizione e addirittura riesce a guidare l’auto. Vive in campagna. Gli piacerebbe un giorno fare a meno della carrozzina. E so che ogni notte su questo, lui, sta lavorando.