Padri

sabato, 29 novembre 2014

 

Avevi un padre. Poi ti ritrovasti ad averne due. Uno che stava lontano ed uno con cui vivevi. Quello lontano non lo rivedesti mai più. Anche perché quando ci provasti, non arrivasti in tempo. Era già li, dentro. Dietro una piccola parete in muratura a cui avevano incollato una lastra in marmo.
Hai una sua foto in bianco e nero, sulla mensola accanto al letto, in cui ti tiene in braccio e sorride, ha una camicia a scacchi, quel ciuffo bianco tra i capelli castani e guarda diritto, verso te, fiero di quel marmocchio dalle guance pacioccone e le labbra impiastrate di cioccolato.

Quello con cui vivevi, quasi non lo conosci. Quello che avrebbe dovuto crescerti e spiegarti cosa farne di questa tua vita. Che avrebbe dovuto prenderti per mano. Così come tra un padre e un figlio. Quello da cui ti aspettavi un sorriso, una pacca sulle spalle, un bravo quando tornavi a casa con un bel voto.  Quello che si rinchiudeva in se stesso, nei suoi pensieri, nella sua vita precedente, di un’altra storia, di un’altra famiglia, forse, di altri figli. Quello che non sei riuscito mai ad abbracciare veramente. Con cui avresti voluto, almeno una volta, parlare. Quello che non sei riuscito mai a chiamare: papà.


Cosa avresti dato se, su due, almeno uno, fosse venuto, almeno una volta, a prenderti a scuola. E gli avresti urlato, ciao pà, mentre ancora scendevi le scale in fila indiana. E poi, ti avesse preso la borsa e il giubbotto, lasciandoti giocare per soli cinque minuti a rincorrere  i compagni. Aspettandoti all’ombra di quei grossi alberi che ancora stanno lì, in quella piazza, che hanno visto generazioni di ragazzini crescere e giocare a nascondino dietro ai propri enormi tronchi. Poi, tutto sudato, saresti corso da lui, avresti cercato la sua mano e ti saresti lasciato portare a casa.

Quante volte hai pensato, quanto sarebbe stato bello. Molto bello. Che tutto ciò fosse accaduto veramente. Almeno una volta. Non chiedevi tanto. Almeno una. Quante volte invece hai ripercorso quella strada, solo. Così come da solo ti sei sempre dovuto arrangiare. E hai dovuto, da solo, capire da quale parte cominciare. Senza che ti indicassero come fare. Che ti dessero un consiglio. Un conforto. Una mano. Quante volte avresti voluto sentire, quella pacca sulle spalle, un buffetto, un abbraccio. Un: forza figliolo, non arrenderti,  dai, che ce la fai.

Poi, oggi, ti accorgi che essere padre non è semplice. Anche se provi a non commettere gli stessi errori. Anche se hai ancora  vivo il ricordo di quelle fredde mattine d’inverno in cui ti svegliavi ed eri solo. Loro, i tuoi figli, sono lì, aspettano che tu gli prenda quella borsa dalle mani. Aspettano di poter stare un po’ con te. Vogliono, hanno bisogno, di quell’uomo da seguire, da imitare, a cui confidare i propri timori, le proprie illusioni, i propri sogni. Vogliono, hanno bisogno, di quell’uomo con cui scherzare, e giocare, e  parlare e discutere e rispettare, hanno bisogno di quel padre che avresti voluto, tu.