Una madre

sabato, 29 giugno 2013

 

Potrebbero passare anche cento anni. No. Mi dice. No, quel dolore non lo dimentichi col tempo. E di anni ne sono passati sei, ma sembrano sei giorni, mi dice, solo sei giorni.
Parliamo, seduti al fresco del pergolato, al riparo dal sole, solo per quei pochi minuti, al riparo dagli altri, dal mondo.

La club house da un lato. Dall’altro la siepe. Oltre, il campo da rugby.
Una partita di ragazzi, di figli che giocano. Ne percepiamo le voci. Sì, è così, proprio così, ogni ragazzo è figlio.
Meno male che ancora riesco a piangere, mi dice, i suoi occhi arrossiscono velandosi.


Madre. Quanta forza bisogna avere per essere madre. Non dormo più, mi dice. E scrivo. Riempio di parole il primo quaderno che capita. Tutte quelle che riesco a trasferire da qui dentro, dal profondo del mio animo alla carta. Per riuscire a sfogare, in qualche modo, la mia tristezza.

Dev’essere una bella partita. I ragazzi, dal vociare che arriva sin qui, stanno sicuramente divertendosi. Beviamo un caffè.
Quell’amico, poi, l’amico sparito, l’hai mai ritrovato? Sai, mi dice, quella storia l’avrò letta un’infinità di volte, mi ricorda tanto mio figlio.

Quell’amico forse c’è. Forse esiste. Da qualche parte, forse. Non so.
E’l’amico che ciascuno di noi cerca da sempre. Che ci piacerebbe prima o poi ritrovare. L’amico d’infanzia che non hai mai avuto.
Quello a cui confidare il segreto più segreto.

Che sarebbe potuto essere anche mio figlio, mi dice.

 

a una madre