Storie brevi da beach

domenica, 7 luglio 2013

 

Filippo, che vive a Girona che c’era capitato lì una volta, quasi per caso, e adesso ci sta da otto anni. Dove studia, lavora, e gioca a rugby. Che gli piace quel che scrivo e quasi mi imbarazza. Che anche lui scrive, in stile “faldiano”, dice, e giù che ridiamo.

Andrea, padre da ventidue giorni di Sofia. Che si vede che è felice. Lo si vede dalla faccia, dal suo sguardo, nei suoi occhi chiari. Tanto che mi ricorda la stessa mia emozione di quasi ventuno anni fa. E ci viene naturale salutarci con un forte abbraccio.

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Derby

venerdì, 29 marzo 2013

 

Derby. Stracittadina. Nel caso nostro: straregionale. Due squadre. In A due. Due partite. Due volte l’anno. Una di andata e l’altra di ritorno. Così che gran parte della popolazione rugbistica regionale si trasferisce una volta giù al sud e l’altra su al nord. Una volta si sale tutti e l’altra si scende. Per assistere al derby. Che non è la corsa ippica  al galoppo o il celebre locale notturno milanese degli anni sessanta che sfornava campioni sì, ma di teatro, ma è quello che sa di amicizie datate, di ricordi comuni, di giocatori scambiati. Di vecchie sfide, di quando i padri di oggi erano i ragazzi di allora.

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Per la libertà

lunedì, 1 ottobre 2012


Per i corridoi scrostati. Per i controlli all’ingresso. Per le nostre maglie a righe. Per quei volti che ci aspettano. Per le loro estati uguali agli inverni. Per un rettangolo di terra chiuso a tre metri da un muro. Per gli occhi che osservano senza mai distrarsi. Per l’inizio di una partita. Per l’emozione. Per la voglia di giocare, la nostra e soprattutto la loro. Per dimostrare che anche qui è come fuori. Per il rugby. Per quello che adesso ti sta dando, che poi è quello che sempre ti ha restituito. Per tutte le volte che hai chiesto. Per tutte le volte che hai dato. Per i giorni sempre uguali. Per i disegni con il dito sulla polvere. Per le ombre. Per i prati verdi. Per una storia balorda.

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Quando giocammo con gli All Blacks

domenica, 4 novembre 2012


“Sono uomini come noi.”
Carwyn, tranquillo. Seduto negli spogliatoi, spiega.
Padova è lì fuori. Il mondo è lì fuori.
Tribune colme.  Profumo d’autunno.

“ Non preoccupatevi, ripeto, sono uomini, come lo siamo noi.”
Nel silenzio dei nostri sguardi solo la voce del gallese.
Lui che li ha già battuti.  Che ama la letteratura quanto la palla ovale.
E in questo momento prova a rassicurarci. Ci calma. Anche se  la tensione è forte.

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Quando gioca la Nazionale

sabato, 17 marzo 2012

 

Gente. Tanta. Una marea. Di gambe e cappellini. Di sciarpe e sorrisi. Di ragazzini a cavallo sulle spalle. Di famiglie e bandiere. Traffico. Di auto e bancarelle. Di panini e di birre. Di strette di mano e di abbracci. Di chi si rivede solo in queste occasioni. Di appuntamenti alla prossima. Di vecchi racconti di vecchie partite. Di campionati passati e di favolose abbuffate. Di intere famiglie. Di parenti e rugbisti.

Un fiume. Che si getta in un mare azzurro. E si riversa in un catino. Le cui pareti grigio-calcestruzzo, un attimo prima del fischio d’inizio, si colorano di azzurro.
Si colorano di sguardi di migliaia di occhi. Di migliaia di frasi e di voci. Di migliaia di suoni e profumi. Di colpi di tosse. Di sospiri e sobbalzi. Di silenzio assoluto. Di emozioni e di urla.

Cessano all’improvviso rumori e parole. Le squadre in campo. Allineate. Tutti al proprio posto. Parte la musica.
Persone. Tante. Tutte. Insieme. Con  la mano destra sul petto. A sinistra. Dove sta il cuore. Che cantano. A squarciagola. Stonate. In piedi. Le strofe di un inno. Di un elmo di Scipio.

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