Volete mettere la C ?

venerdì, 23 dicembre 2011

 

Già, … ma volete mettere la C? Per C si intende il campionato!
Quello che sa di polvere e sassi. Di anni settanta. Di trasferte arrangiate. Di auto stipate di borse e di uomini.

Quello dove spesso il campo è in periferia. Così tanto che quasi sta nel territorio del comune affianco. Infilato tra campi di carciofi. Senza strada di accesso. Calato proprio lì, in quel punto della terra, dal cielo. Con il perimetro delimitato dalla rete a poco più di un metro dalla linea di touche.

Che spreco! Potrebbe essere anch’esso un bel carciofaio. Così sembrano dire e sicuramente lo pensano, i coltivatori dei terreni vicini, osservando quanto poi accade in quel, nel vero senso della parola, fazzoletto di terra.
In compenso tra erbette selvatiche varie, muschio, cicorie e delicati spuntoni di selce, il campo appena tosato pare proprio quasi un verde manto erboso.

Se poi lo vedi quando è tracciato. Le sue belle linee. Dritte e bianche. Le acca in tubi innocenti. Dalle braccia magre e corte. Sarà che il materiale era tutto lì, forse non abbastanza per realizzarle della misura esatta.
Tanto che i guardalinee ad ogni calcio, disegnano nel cielo,  qualche metro per braccio in più.

Quando le squadre entrano in campo, noti allora, quanto sia vero quel che si dice riguardo a questo sport.
Lo sport che possono praticare tutti.

Quelli che giocano da sempre che oltre ad un po’ di anni in più, adesso hanno anche un po’ di pancia. Che la società praticamente l’hanno fondata.
E quei ragazzi, che quasi sembrano e a volte capita davvero, figli dei primi e che hanno cominciato senza ancora capire ben bene come si gioca. Un po’ come i padri.

Ma le partite sono di quelle vere. Sopratutto se piove.
Allora il fango è fango. Di quello che non va via dalle maglie. Neanche dopo cento lavaggi. Quello che ha quel sapore difficile da dimenticare.
Saranno mischie. Quasi zuffe. Spinte. Fughe. Alcune azioni da raccontare e altre un po’ meno. Ottanta minuti che alla fine sanno di eternità.

Quando tutto finisce. Quando anche l’arbitro, ha stabilito che così può bastare.
Li vedi lì. Al centro. Grandi e piccoli. Di età e di statura. Sorridenti. Quasi tutti. A parte qualcuno che ha preso qualche bella botta.

Che si abbracciano. Mischiando i colori delle maglie. Cedendo il fango dell’uno all’altro. Anche a quelli ancora lindi della panchina. Cominciando il dopopartita già da quel momento, lì, ancora in campo. Rientrando insieme negli spogliatoi. Così chiamati. Perché spogli. Senza fronzoli. Come si usa in questa categoria. Panche gelide, appendiabiti snelli alle pareti, arredi semplici  e l’acqua calda che se fai in fretta basta per tutti.

Si ritrovano al terzo tempo. Il  tempo che conta. Quello che serve per riprendere fiato. Le solite facce. Gli amici di sempre. Avversari di oggi e compagni di ieri. O viceversa. Si contano gli anni. Confondendo le date. Le partite in casa con quelle in trasferta. Mescolando i ricordi con il profumo del sugo di un piatto di pasta.

Quando stanno cominciando a scaldarsi. Tra fiumi di chiacchiere e un paio di birre. Giunge l’ora di rientrare. Di infilarsi nell’auto. I borsoni nel cofano. Stretti nei sedili. Come nel viaggio di andata.
Stessa strada, all'inverso. Stesso pomeriggio, come altri. Stessa stanchezza, come ogni volta. Stessa allegria, come sempre.