Un' alternativa

domenica, 17 aprile, 2016

 

Alternativa. Ma in alternativa a che cosa? Provate a pensare a una parola che sia il contrario di alternativa. Provate. A me, la prima che mi è venuta in mente è, rassegnazione. Quell’elemento che invade l’animo di chi non ha più niente su cui puntare. Di chi, non ha più alcun sogno per cui sognare. Di chi, non ha più un obiettivo. Non ha più uno scopo se non quello di sopravvivere per forza. Comunque. Per non morire davvero.

Alternativa? È quella che quei rugbisti tentano ogni giorno di offrire ai ragazzini di Librino, 80.000 abitanti, quartiere di Catania, assurdamente progettato da Kenzo Tange, archistar giapponese, al quale bisognerebbe chiedere come poteva aver immaginato, i pomeriggi dei ragazzini del quartiere, in un luogo in cui, oltre ai casermoni di cemento armato, non c’è assolutamente nulla.
Dove può anche accadere che le stesse famiglie per 140 euro al giorno, spingano i propri figli allo spaccio se non alla prostituzione.


Questi rugbisti siciliani, hanno come madre il centro sociale dedicato a Iqbal Masih, un ragazzo pakistano ucciso dalla mafia dei tappeti. Un centro sociale in cui, dai primi anni novanta, si fa doposcuola e attività ludiche, la cui sede sta al piano terra, proprio in uno di quei palazzoni così chiamati, palazzi di cemento. Questi rugbisti, si fanno chiamare, I Briganti. E il 25 aprile del 2012, “liberarono” una struttura pubblica realizzata per le Universiadi del 1997 e mai utilizzata. Palestre. Campo da calcio. Spogliatoi. Completamente abbandonati e sventrati dai vandali e dai ladri.
Da quel momento in poi, quella collina si chiamerà San Teodoro Liberato. Da quel momento in poi, quel campo in mezzo al cemento e al nulla è diventato un riferimento. Un posto in cui, anziché il nulla, si pratica il rugby e si professano i suoi principi. La scusa buona per tanti ragazzini, per cercare di evitare di farsi facilmente ammaliare dal miraggio del guadagno facile. Evitando di farsi rubare l’anima dalla malavita organizzata. Di farsi divorare dalla mafia.
E I Briganti da quel 25 aprile, sono cresciuti, sono andati avanti. Adesso hanno tutte le categorie, dai piccoli ai senior, con la soddisfazione di qualche presenza in nazionale giovanile per alcuni dei loro allievi. Hanno anche inventato La Librineria: una biblioteca all’interno della club house composta da pubblicazioni donate da ogni parte d’Italia, a disposizione di chiunque nel quartiere la voglia consultare.
Hanno coinvolto una grande quantità di persone nella coltivazione dei campi attorno, creando circa 50 orti e finalmente, l’anno scorso, hanno ottenuto la concessione per gestire la struttura.
Ecco: questa è sicuramente un esempio di alternativa.
Per quei ragazzini, tutti quei giovani abitanti di Librino che altrimenti, non avrebbero scampo.

Alternativa? È quella che bisogna cercare di proporre al detenuto che non ha più nulla in cui credere. Che non fa che tormentarsi, rimuginando sui propri errori, nel buio più profondo della cella e dei suoi incubi.
Ebbene: un’attività trattamentale può dare un’alternativa a una vita destinata all’oblio. A volte può accadere anche che al detenuto, gli voltino tutti le spalle. Anche la famiglia. Anche la propria moglie.
Ed è quello il momento più duro. Quello più a rischio, in cui il detenuto può anche pensare seriamente all’auto eliminazione. Il momento in cui si accorge di essere rimasto, veramente, solo. E di non aver più nulla da perdere. Se, quindi, interviene un’attività a sostenerlo, se interviene a dargli la possibilità di distrarsi, e provare a ricomporre il proprio io, allora per chi sta in quella condizione detentiva si apre la speranza di chi può ancora farcela, di chi può ricominciare a vivere. Qualunque essa sia l’attività.
Poi se è uno sport come il rugby che immediatamente lo fa sentire parte di un gruppo, di un progetto, che gli fa percepire il proprio peso all’interno della squadra, in uno sport che non è uno sport di squadra ma è lo sport di squadra, nel quale non esistono fuoriclasse, non ci sono i Platini o i Rivera, ma solo 15 uomini che giocano ciascuno per gli altri 14 compagni, l’unico sport al mondo in cui per andare avanti devi passare la palla all’indietro, al tuo compagno più vicino che spesso diventa, il tuo migliore amico.
Sapere che ogni settimana, in quel giorno, a quella determinata ora, ha la possibilità di uscire dalla cella, uscire dalla sezione, scendere giù e allenarsi. Sapere che ci sono persone che ogni volta entrano apposta in carcere, per stare con lui e i suoi compagni e giocare insieme, dandogli la possibilità di migliorarsi, di ricominciare a credere nelle proprie capacità, che siano di gioco e di stare al gioco. Sapere che non è un appuntamento occasionale ma un ripetuto ritrovarsi settimanale, ecco, tutto ciò gli concede quella che poteva sembrare solo un’incredibile, irraggiungibile opportunità: il ricominciare. Il tentare a riprovare. Gli dona quel che aveva già smarrito e che solo la sua autostima ritrovata e il sostegno e la forza del gruppo possono aiutarlo a ritrovare: quell’alternativa. Alla rassegnazione.

Un’alternativa? È quella che una squadra dal nome Invictus, consente a una gruppo di persone con disagio mentale di riuscire a stare insieme e di giocare a rugby. Superando le fobie. Le paure. Le nevrosi. Riuscendo, soprattutto con alcuni, nella diminuzione delle quantità quotidiane di assunzione dei medicinali. Individui che grazie al rugby hanno trovato un vivere alternativo a quello solito e cioè quel vivere sempre soli con se stessi. Perché esiste, per alcuni di essi, la consapevolezza di chi comunque si rende conto della propria condizione. C’è, tra loro, chi sa di non essere come gli altri. O perlomeno di non essere come la società vuole che sia. Capisce, si accorge di essere un diverso. Di essere un emarginato. Di non avere alcuna alternativa se non quella di essere considerato un disabile. E in quegli allenamenti, invece, in quel giocare con quella palla ovale percepisce, coglie, quella che pareva essere una cosa impossibile: la determinazione di chi crede di potercela fare. E di potersi sentire, comunque, uguale. Ai normali.
Partecipe e componente di una squadra, anche se speciale.

Questi, 3 esempi, di alternativa. Questi che sono appunto, solo 3, di un’infinità di occasioni che il rugby può concedere. In questo caso, a chi ha una vita condizionata dal luogo in cui è nato ed in cui è destinato a risiedere. A chi ha una vita modificata da uno o più errori e il cui vivere è costrizione e galera. A chi ha il proprio destino segnato dalla malattia e dall’emarginazione.

Il rugby può. È una reale, non l’unica certamente, ma una reale possibilità di alternativa.


Estratto dal mio intervento durante il dibattito a più voci, la cultura della legalità: esperienze dal quotidiano.
Festival della Legalità
Conta e cammina, la legalità appartiene al tuo sorriso
Macomer ( NU ), 13 aprile 2016