La meta perfetta

domenica, 3 agosto 2014

 

Buio! Quanto buio c’è qua sotto.
E più si scende e più senti allontanare i colori del mondo, da te.
Questa gabbia corre sferragliando verso giù e sprofonda velocemente verso il basso, portandoti con i tuoi colleghi, i compagni della tua squadra, quelli del tuo turno,  giù all’interno, verso la pancia di questa terra oscura.
Sino a percepirne il respiro, sino ad immaginarne  la voce, roca, quasi un lungo sussurro,  confuso al suono delle funi del montacarichi che stridono, imprecano e si affannano, scivolando all’interno delle gole delle pulegge d’acciaio.
Speri arrivi presto l’ora di risalire. Per tornare a guardare quell’azzurro  del cielo, che già ti manca.

Una partita in bianco e nero. Il tempo grigio che avvolge l’Arms Park e gli impermeabili degli spettatori sulle tribune. Le due squadre hanno maglie di colore nero una e a righe bianche e  nere orizzontali, l’altra.  

Quando sei qui, potrebbe essere qualunque ora.
Potrebbe essere notte. Potrebbe essere pomeriggio.
Potrebbe essere mattina. Potrebbe essere qualunque giorno della settimana.
Potrebbe essere un giorno qualunque di pioggia. Potrebbe essere.
Invece è sempre quello. Lo stesso. Uguale al precedente. Illuminato dalle stesse lampade. La stessa luce artificiale. Lo stesso asfissiante buio.

Gareth. Ma prima Phil e poi John. Poi Bryan. Poi Pullin e poi Tom. La folle, imprendibile corsa della palla non si placa neanche per un istante. Dalle mani di Tom a quelle di Quinnell ed infine a quelle di Gareth. Che giusto prima di venir placcato schiaccia in meta. Quella formidabile meta.

Qui devi stare sempre molto attento a quel che fai. A come ti muovi. Può succedere quando meno te l’aspetti. L’incidente. Per caso. L’errore. Improvviso. La paura. Il vuoto. Che dopo non puoi mica più tornare indietro.  
Qui, a più di quattrocento metri di profondità. Quanto in orizzontale, sulla pista di atletica, si percorre per misurarsi in una corsa ad ostacoli. Solo che qui, gli ostacoli, non li vedi prima.

Un giorno di gennaio. Il ventisette gennaio del millenovecentosettantatre.  Sarebbe stata una partita sicuramente bella, comunque solo una partita, se non fosse che un ragazzo coi basettoni e i capelli lunghi, come sbucato dal nulla, non avesse chiamato la palla, lanciandosi in una corsa a sinistra del proprio campo. Tuffandosi in meta, un attimo prima che l’undici nero, riuscisse nel tentativo disperato di bloccarlo in volo.

Carbone. Gallerie. Carrelli. Occhi che risaltano sul nero dei volti. Impregnati dalla polvere mista al sudore. Poche parole. Poca la voglia di parlare. Anche perché il rumore sovrasta i  discorsi abbozzati.
Quando sei qui sotto, a volte  pensi che ti sarebbe piaciuto crescere che so, proprio a Llanelli. Ai tempi di Carwyn James e di Barry John. Tanto … miniera per miniera … polmoni neri per polmoni neri … Sì qualche partita la si fa con la tua squadra. L’altra. Quella degli altri compagni, anche se la maggior parte sono gli stessi di qua. Già perché non c’è mica tanto da scegliere. Si lavora quasi tutti qui sotto. Qui dentro.  Compagni di squadra nel buio e là fuori, lassù. Alla luce.  

Era la meta perfetta. Sarebbe diventata quella da imitare. Da superare. Se ne sarebbe parlato negli anni a venire come qualcosa impossibile da ripetere. Forse non era neanche mai esistita. Forse Gareth era solo un’ invenzione. Creato apposta per avverare un sogno. Il volo irreale di un giovane barbaro.

Qui, il tempo non ha tempo. Le pareti non hanno finestre. E  il cielo non ha nuvole. Anche se provi ad immaginare di giocare la tua partita negli stadi più importanti in compagnia dei giocatori più famosi. E di correre a perdifiato, palla stretta tra le mani con il vento fresco che ti spinge in faccia. Solo la stanchezza è la misura di quanto manca. A risalire. A scuotere dal pulviscolo gli indumenti. E dalla mente.

Il pubblico esplose in un tuono. Un unico urlo di meraviglia. Forse non si aspettava una giocata così. Forse non se l’aspettava neanche chi stava in campo. Phil avrebbe potuto mandare la palla fuori in touche. La propria squadra avrebbe rifiatato. Invece decise di procedere, di dare inizio a quella incosciente danza ovale.

Vogliono toglierti quel buio. Che non hai mai amato ma che è la tua vita. Il tuo lavoro. Che non ce n’è altro. Vogliono metterti in panchina.
Ma non vuoi fare la riserva per il resto della vita.
E’ notte fonda. Sei in piedi incatenato al cancello, con i tuoi compagni, quelli di entrambe le squadre. Le catene, chi ai polsi e chi alle caviglie. L’elmetto sul capo. La tuta da lavoro. Le palpebre pesanti. Stanchi. Tutti. Esausti.
Pensi ai tuoi. Preoccupati. A casa. Alla tua miglior partita, forse questa. Pensi a quel giorno, allo sguardo di Gareth, al suo sorriso, all’abbraccio dei compagni. Come queste persone, qui, legate con te all’ingresso della miniera. Fratelli di carbone.
I tuoi compagni. Testardi. Sardi. Gallesi. Consapevoli di dover portare in meta un’impresa, un risultato importante. Quello della vita. La meta perfetta.

Fu una grande vittoria. Anche se più che per il risultato, verrà ricordata per quell’azione dove per sette volte la palla ha cambiato mano. Dove quelli dalle maglie a grosse righe bianche e nere orizzontali ubriacarono gli altri, i tutti neri.
La meta più bella di sempre, la meta perfetta …