Storie brevi da beach

domenica, 7 luglio 2013

 

Filippo, che vive a Girona che c’era capitato lì una volta, quasi per caso, e adesso ci sta da otto anni. Dove studia, lavora, e gioca a rugby. Che gli piace quel che scrivo e quasi mi imbarazza. Che anche lui scrive, in stile “faldiano”, dice, e giù che ridiamo.

Andrea, padre da ventidue giorni di Sofia. Che si vede che è felice. Lo si vede dalla faccia, dal suo sguardo, nei suoi occhi chiari. Tanto che mi ricorda la stessa mia emozione di quasi ventuno anni fa. E ci viene naturale salutarci con un forte abbraccio.

Massimo, che tra una meta e l’altra conversiamo, dal mattino alla sera, da un discorso all’altro, da un mezzo panino a una birra fresca, affiancati, l’uno accanto l’altro, seduti all’ombra, in attesa di Anisia, sua moglie, che tra un po’ arriva in bus, e intanto vai con un’altra chiacchiera, un panino diviso a metà e una lattina ghiacciata.

Riccardo, che sbuca all’improvviso in campo con quello strabiliante costume bianco a pois neri da mucca felice e tutto che si ferma, tutti che ridono che applaudono e lui prende la palla e va in meta.

Franco, che rincuora un ragazzo che piange preoccupato di non aver giocato bene, giocava a calcio, spiega la mamma, e dopo la partita erano sempre cazziatoni, no, tranquillo, hai fatto la tua partita, tranquillo, questo non è il calcio, tranquillo.

Tony, che l’anno scorso mi confidò che questo sarebbe stato l’ultimo anno, il decimo, dei suoi Barbajans, e io gli dissi allora così come oggi che non ci credo, che la sua è una passione troppo grande, di quelle che non riesci a placcare. E che sarebbe proprio un peccato, perché vederli giocare fa sempre bene agli occhi e al cuore.

Tuccio, che seduti al bar, per un attimo quasi si commuove quando parliamo di quel muro, di quella storia, di quando il rugby era maglie di cotone duro e campi sterrati, di quando sentirsi rugbisti era bello ma strano, un po’ come oggi.

Alba, la figlia di Tuccio e che tutti quando la salutano la chiamano non per nome ma “sei la figlia di Tuccio?” e che ha deciso che dalla prossima stagione vestirà sempre una t-shirt con su scritto “ sì, sono la figlia di Tuccio”.
 
Jean Louis, che più di sei giorni non resiste, si sente male, così gli dico, poi deve curarsi, deve giocare, e i beach se li fa tutti e porta con se i suoi ragazzini, che stanno imparando in fretta.

Daniela, che incita i ragazzi della scuola che è la prima volta che giocano in spiaggia e quando uno di questi, un magrolino,  si tuffa in meta, getta un urlo e fa un salto alto quanto il ragazzo stesso.

Livio, che lavora all’aeroporto militare e che anche quest’anno ho rivisto per il beach, che ogni volta che lo vedo mi torna in mente sua moglie, amica del cuore di una mia cara amica, che non c’è più.

Beach, giornate intense, storie brevi, che come ogni volta mi piace raccontare e so già che anche questa non sarà l’ultima, so già, lo so.